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> Termodinamica          > La Teoria della Relatività          di Claudio Zellermayer

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le leggi della fisica ed i sistemi di  riferimento

La teoria della relatività fa la sua comparsa nel mondo  nel 1905, anno in cui Albert Einstein (1879-1955) che all’epoca era un’oscuro  impiegato dell’ufficio brevetti di Berna e che nel tempo libero si dedicava allo  studio della fisica, pubblica su Annalen der Physik un lavoro intitolato  "Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento" che darà il via ad una  delle due rivoluzioni del mondo della fisica di questo secolo. Assieme alla meccanica quantistica, la teoria della relatività smentirà clamorosamente grossi scienziati che ritenevano in quegli anni che la fisica ormai avesse scoperto  tutto salvo misure più precise di qualche costante. Tuttavia il titolo dell’articolo di Einstein in un qualche modo tradisce quelle che sono le idee  preconcette che si hanno sulla relatività. Che cosa ha a che fare l’elettromagnetismo con lo spazio-tempo di Einstein? Il percorso che si dovrà fare per rispondere a questa domanda sarà lungo, faticoso ed abbraccerà vari rami della fisica. Il nostro percorso inizia agli albori della fisica, con Aristotele (384-322 a.C.). Aristotele fu il primo ad occuparsi di fisica, cioè  dello studio della natura. La sua fisica prendeva spunto dall’astronomia nella  descrizione dell’Universo. L’Universo aristotelico era un universo sferico [figura dell’universo aristotelico] nel cui centro era posta la Terra. Questo universo doveva essere completamente occupato dalla materia distinta nei quattro  elementi costitutivi di essa: Aria, Acqua, Fuoco, Terra. Il primo elemento era  la terra, seguita dalla sfera dell’acqua e successivamente dall’aria e dal fuoco. La disposizione delle sfere dei quattro elementi costitutivi della  materia era tale da giustificare i fenomeni naturali: i corpi materiali cadono  verso la terra perché tendono a raggiungere il loro elemento costitutivo. Noi oggi diciamo che è la forza di gravità a provocare tale caduta. Aristotele  diceva che questa caduta verso la terra era il "moto naturale" della materia  verso la sfera dell’elemento costitutivo. La fiamma sale verso l’alto per  raggiungere la sfera del fuoco e così via per gli altri elementi. Queste quattro sfere degli elementi costitutivi della materia erano poi circondate da una sfera  di un quinto elemento o "quinta essenza" chiamato etere. L’etere  costituiva una sfera cristallina, impalpabile ed incorruttibile che riempiva tutto l’universo. Nell’universo aristotelico non c’era posto per il vuoto: la  natura aborrisce il vuoto, l’horror vacui. Le sfere che portavano il moto dei pianeti, del Sole, della Luna e delle Stelle Fisse, ovviamente si trovavano immerse in questo etere. La fisica aristotelica spiegava il comportamento della  natura in questo modo, un modo ben diverso da come ora si studia la fisica, ma  da qualche parte bisognava pur cominciare. Inoltre la fisica era strettamente legata alla filosofia per cui era importante l’autoconsistenza delle spiegazioni, non tanto che poi le cose andassero nel modo dettato dalla  filosofia. L’imperfezione degli esseri umani non consentiva certo di vedere il tutto, ma solo delle parti. In questo modo di fare fisica non c’era ovviamente  spazio per le formule, per le leggi matematiche. Solo la geometria vi trovava posto perché era necessaria per descrivere il modello di universo voluto. La fisica aristotelica che in un qualche modo riusciva a spiegare tutto non aveva  prodotto neanche una formula e meno che mai fatto misure atte a verificare  queste "leggi". Tuttavia pochissimi mettevano in discussione Aristotele, nel  campo della fisica, almeno fino al Rinascimento. Qui cominciano le novità prima fra tutte la Rivoluzione Copernicana. Copernico (1473-1543) nel suo libro De Revolutionibus orbium coelestium (la rivoluzione, intesa come moto, delle sfere celesti) sposta il centro della rotazione dalla Terra al Sole, semplificando in questo modo il modello tolemaico, derivato dalla fisica aristotelica, obsoleto ed inutile a cause delle imprecisioni che nuovi strumenti di misura mostravano esservi in tale modello [modello tolemaico e copernicano].  Solo molto dopo la morte di Copernico il mondo comincia a prendere atto della novità di questo spostamento di vedute. Con Galileo Galilei (1564-1642) e  l’invenzione del cannocchiale comincia a prendere corpo la fisica così come noi la conosciamo. Il cannocchiale mostra la novità di un universo molto più grande di quello supposto fino ad allora. Galileo distingue nella Via Lattea le stelle, scopre i satelliti di Giove e tutto ciò amplia le vedute in campo astronomico. In campo fisico Galileo è il primo a fare esperimenti e misure anche se nei suoi testi le leggi da lui scoperte sono descritte a parole e non con la matematica.  Tuttavia lui è il primo ad intuire l’importanza della misura se non altro per  capire se la fisica aristotelica, che ancora reggeva, avesse una sua giustificazione sperimentale oltre che filosofica. Galileo scopre che le cose non stanno così, scopre la legge della caduta dei gravi, l’isocronismo del pendolo, le traiettorie paraboliche dei proiettili ed altre considerazioni, ma importante per quello che riguarda la relatività, scopre che quando si descrive un fenomeno fisico se il nostro "laboratorio" è in quiete o in moto uniforme con velocità costante il fenomeno descritto è lo stesso in entrambe le situazioni. Il moto uniforme non cambia la descrizione del fenomeno. Tutto ciò è trattato in  un celebre passo del Dialogo sopra i due massimi sistemi, che va sotto il  nome de "l’esempio della nave":

Rinserratevi con qualche amico nella maggiore stanza che sia sotto coverta di alcun gran navilio e quivi fate d’aver mosche, farfalle e  simili animaletti volanti; siavi anco un gran vaso d’acqua e dentrovi de’ pescetti; sospendasi anco in alto qualche secchiello, che a goccia a goccia  vadia versando dell’acqua in un altro vaso di angusta bocca, che sia posto a basso: e stando ferma la nave, osservate diligentemente come quegli animaletti  volanti con pari velocità vanno verso tutte le parti della stanza; i pesci si vedranno andar notando indifferentemente per tutti i versi; le stille cadenti entreranno tutte nel vaso sottoposto; e voi, gettando all’amico alcuna cosa, non  più gagliardamente la dovrete gettare verso a quella parte che verso che questa,  quando le lontananze sieno eguali, e saltando voi, come si dice, a piè giunti,  eguali spazi passerete verso tutte le parti. Osservate che avrete diligentemente  tutte queste cose, benché niun dubbio ci sia che mentre il vassello stia fermo  non debbano succeder così, fate muover la nave con quanta si voglia velocità;  ché (pur che il moto sia uniforme e non fluttuante in qua e in là) voi non  riconoscerete una minima mutazione in tutti li nominati effetti, né da alcuno di  quelli potrete comprender se la nave cammina o pure sta ferma: voi saltando  passerete nel tavolato i medesimi spazii che prima, né, perché la nave si muova velocissimamente, farete maggior salti verso la poppa che verso la prua, benché, nel tempo che voi state in aria, il tavolato sottopostovi scorra verso la parte contraria al vostro salto; e gettando alcuna cosa al compagno, non con più forza  bisognerà tirarla, per arrivarlo se egli sarà verso la prua e voi verso la  poppa, che se voi fuste situati per l’opposito; le gocciole cadranno come prima nel vaso inferiore, senza caderne pur una verso poppa, benché mentre la gocciola è per aria, la nave scorra molti palmi; i pesci nella loro acqua non con più  fatica noteranno verso la precedente che verso la sussequente parte del vaso, ma  con pari agevolezza verranno al cibo posto su qualsivoglia luogo dell’orlo del vaso; e finalmente le farfalle e le mosche continueranno i loro voli indifferentemente verso tutte le parti, né mai accadrà che si riduchino verso la parte che riguarda la poppa, quasi che fussero stracche in tener dietro al veloce corso della nave, dalla quale per lungo tempo, trattenendosi per aria, saranno state separate; e se abbruciando alcuna lagrima d’incenso si farà un poco di fumo, vedrassi ascender in alto ed a guisa di nuvoletta trattenervisi, e indifferentemente muoversi non più verso questa che quella parte. E di tutta questa corrispondenza di effetti ne è cagione l’esser il moto della nave comune e tutte le cose contenute in casa ed all’aria ancora, che per ciò dissi io che si stesse sotto coverta; ché quando si stesse di sopra e nell’aria aperta e non  seguace del corso della nave, differenze più e men notabili si vedrebbero in alcuni degli effetti nominati: e non è dubbio che il fumo resterebbe in dietro,  quanto l’aria stessa; le mosche parimenti e le farfalle, impedite dall’aria, non  potrebber seguir il moto della nave, quando da essa per spazio assai notabile si separassero; ma trattenendovisi vicine, perché la nave stessa, come di fabbrica  anfrattuosa, porta seco parte dell’aria sua prossima, senza intoppo o fatica seguirebben la nave, e per simil cagione veggiamo tal volta, nel correr la posta, le mosche importune e i tafani seguir i cavalli volandogli ora in questa  ed ora in quella parte del corpo; ma nelle gocciole cadenti pochissima sarebbe la differenza e ne i salti e ne i proietti gravi, del tutto  impercettibile.

Tutto ciò si può anche tradurre in un altro modo dicendo che gli intervalli di spazio e di tempo sono assoluti ed indipendenti dal  moto dell’osservatore.

Il primo trattato vero e proprio di fisica è opera di  Isaac Newton (1642-1727) ed è il Philosophiae Naturalis Principia  Mathematica (I principi matematici della filosofia naturale) pubblicato nel 1687. In questo libro sono enunciate una serie di affermazioni e di leggi tutte molto rigorose e necessarie per la costruzione della meccanica. E qui Newton si trova davanti alcuni problemi, primo fra tutti il definire lo spazio e il tempo  dal punto di vista fisico. Questo problema nasce dal fatto, forse per noi ovvio, che quando si deve fare una descrizione fisica di un evento, di un fenomeno, è fondamentale avere un sistema di riferimento. Newton ad esempio, nell’ambito della teoria della gravitazione doveva descrivere i moti dei corpi. Rispetto a cosa li descriveva? Era necessario un riferimento o un sistema di riferimento  dove il fenomeno descritto sia collocato nello spazio e nel tempo. Un sistema di  riferimento non è altro che un sistema nel quale la posizione di un evento è specificata da tre numeri, le coordinate spaziali e dal tempo, cioè l’istante in cui il fenomeno avviene. Galileo con l’esempio della nave aveva intuito che solo una certa categoria di sistemi di riferimento sono adatti a descrivere le leggi  della fisica, i sistemi di riferimento inerziali cioè sistemi non  accelerati. Un sistema di riferimento inerziale può essere in quiete o in moto  rettilineo uniforme con velocità costante. I sistemi di riferimento accelerati  hanno lo svantaggio di creare situazioni legate proprio alla descrizione del  fenomeno. Un esempio può forse chiarire le cose. Quando ci si trova dentro un’auto che percorre un tratto rettilineo di strada con velocità costante,  l’unica forza che noi sentiamo è quella di gravità che ci fa stare seduti. Tale forza viene bilanciata dal sedile su cui siamo.

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nessun’altra forza è presente e  la gravità è una forza reale, cioè legata ad un fenomeno fisico. Ad un certo  punto l’auto imbocca un tratto di strada in curva e noi sentiamo immediatamente  una spinta verso l’esterno della curva. Dal punto di vista fisico, imboccare la curva significa cambiare sistema di riferimento. Da quello inerziale (il tratto  rettilineo) siamo passati ad un sistema di riferimento accelerato (il tratto curvilineo). La forza centrifuga che ci spinge verso l’esterno della curva è una  forza "fittizia" (così chiamata proprio da Newton), cioè una forza che non è  legata ad alcunque di fisico ma solo alla diversa descrizione dell’evento.  Newton comprese, così come Galileo aveva intuito, che le leggi della fisica  devono essere descritte rispetto ad un sistema di riferimento inerziale perché  questa categoria di sistemi di riferimento lascia inalterata la forma della legge. I sistemi accelerati invece aggiungono degli effetti che complicano la  descrizione voluta. Le leggi della meccanica newtoniana sono invarianti per qualsiasi sistema di riferimento inerziale. Newton però andò oltre. Lui si pose  il problema del sistema assoluto. Se i sistemi inerziali sono in quiete tra loro o in moto relativo, allora è impossibile trovare un esperimento che permetta di  rivelare quale sistema è in moto e quale in quiete. Solo può essere rivelato il moto relativo. Newton suppose che tra tutti i sistemi inerziali ce ne dovesse  essere uno in quiete assoluta rispetto a cui tutti gli altri erano in moto. Tale sistema fu chiamato lo "spazio assoluto" e rispetto a questo l’etere  aristotelico doveva essere in quiete. Qualche volta questo spazio assoluto è  associato alle stelle fisse. Newton definì lo spazio assoluto ed il tempo  assoluto nei Principia in questo modo:

Lo spazio assoluto per sua propria essenza, senza relazione  alcuna rimane sempre immobile. Il tempo assoluto, vero e matematico, fluisce uniformemente in sé e per sua natura, senza relazione con alcunché di  esterno....

Newton che era un precursore dei suoi tempi probabilmente  si rendeva conto dei problemi legati a queste definizioni che lui stesso aveva dato, però nel suo tempo il problema vero era la correttezza degli enunciati delle sue leggi e le relative dimostrazioni. Leibnitz, matematico tedesco  contemporaneo di Newton a tal proposito scrisse che "spazio e tempo sono  ordinamenti delle cose, non sono cose". In seguito Einstein avrebbe  affermato qualcosa di analogo con la frase "tempo e spazio sono modi coi quali pensiamo, non condizioni nelle quali viviamo". La ricerca del sistema  di riferimento assoluto sarà in seguito fondamentale per la fisica.

Per proseguire con l’avvicinamento alla teoria della relatività di Einstein è necessario prendere in considerazione un altro campo  della fisica, l’elettromagnetismo, che verso la fine dell’800 trova una sua completa definizione teorico-matematica grazie al lavoro di Maxwell, fisico  teorico scozzese che con le sue "equazioni" unifica i fenomeni elettrici,  magnetici ed ottici. Apparentemente l’elettromagnetismo e la meccanica possono  non avere punti in comune con la relatività, ma avendo dimostrato Maxwell che la  luce è un’onda elettromagnetica ecco sorgere nuovi problemi legati ai sistemi di  riferimento di cui finora si è parlato. Diventa quindi importante dare  un’occhiata alle equazioni di Maxwell ed alle loro conseguenze.

Equazioni di Maxwell

James Clerk Maxwell (1831-1879) è stato il maggiore fisico teorico dell’800. Nacque nell’anno in cui Faraday scoprì l’induzione elettromagnetica e morì nell’anno in cui nacque Einstein. Maxwell è stato  l’anello teorico tra questi due fisici perché elaborò in forma di equazioni matematiche il lavoro sperimentale di Faraday, includendo il concetto di campo  di forze, e da queste equazioni Einstein costruì la teoria della relatività. I  contributi più importanti di Maxwell alla fisica teorica, oltre alle sue quattro equazioni, sono la trattazione sulla teoria cinetica e la teoria statistica dei gas, i lavori sulla termodinamica e l’astrofisica. Morì a 48 anni per un tumore.

Le quattro equazioni che racchiudono tutta la teoria elettromagnetica non sono esclusivamente di sua invenzione. Maxwell si prodigò per tradurre in modo matematico e compatto le conoscenze esistenti fino  all’epoca dei fenomeni elettrici e magnetici.

1° equazione - Legge di Gauss per il campo  elettrico o Legge di Coulomb.

Questa equazione dice che il flusso del campo elettrico  attraverso una superficie chiusa è uguale alla somma di tutte le cariche  contenute all’interno di quella superficie.

 , è la costante dielettrica del vuoto, è il vettore campo elettrico, A la  superficie chiusa e Q la carica. La scritta indica il flusso del campo elettrico.

2°equazione - Legge di Gauss per il campo magnetico o  non esistenza di monopoli magnetici

Questa equazione, analoga in forma alla 1° dice che in natura non esistono cariche magnetiche singole o isolate a differenza delle cariche elettriche che possono essere isolate, sia positive che negative.

3°equazione - Legge di Faraday dell’induzione

Il termine è chiamato circuitazione. Questa equazione dice che la variazione del  flusso di un campo magnetico induce un campo elettrico in un conduttore. Si chiama legge di Faraday perché fu trovata sperimentalmente da Michael Faraday  che però non la espresse in modo matematico.

4°equazione - Legge di Ampére-Maxwell

 è la  permeabilità magnetica del vuoto. In questa quarta equazione, il  termine

 è chiamato da Maxwell corrente di spostamento indicandolo con

Maxwell giunse a questa equazione partendo dall’idea che se un campo magnetico variabile produce un campo elettrico (legge di Faraday, 3°equazione) allora un campo elettrico variabile doveva produrre un campo  magnetico. All’epoca di Maxwell non c’erano evidenze sperimentali tali da giustificare quest’idea. Maxwell fu capace di mostrare che tale flusso elettrico  variabile era equivalente ad una corrente elettrica da lui chiamata corrente di spostamento. Quindi secondo Maxwell un campo magnetico può essere generato non solo da una corrente elettrica ordinaria come mostra la legge di Ampére ma anche da un campo elettrico variabile e tutto ciò introduce una  simmetria tra campo elettrico e campo magnetico.

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ bene soffermarsi ancora su alcuni aspetti delle equazioni di Maxwell. Se ci si trova nello spazio, quindi in assenza di cariche elettriche, le equazioni di Maxwell assumono una forma simmetrica. Il secondo  termine della 1°equazione diventa zero, la 2° e 3° equazione rimangono invariate, mentre nella 4° equazione si annulla il termine contenente la corrente i, diventando questa equazione simmetrica alla 3° a meno della  costante dielettrica . Quindi la 1° e 2° equazione hanno la stessa forma, così come la 3° e 4°. Apparve ancora più evidente a Maxwell l’aggiunta del termine della corrente di spostamento per  evidenziare tale simmetria.

Onde elettromagnetiche

Campi elettrici variabili nel tempo (4°equazione), muovendosi nello spazio generano dei campi magnetici anch’essi variabili nel  tempo perché si muovono anche loro nello spazio. A loro volta questi campi  magnetici a causa del moto diventano variabili e producono campi elettrici, in un susseguirsi di campi elettrici e magnetici variabili.[figura della  propagazione dei campi E e B] Nelle zone di spazio dove non ci sono cariche elettriche e dipoli magnetici ci sono le onde elettromagnetiche. Questo  susseguirsi di campi elettrici e magnetici si muove nello spazio dato che ogni  campo generato si trova in una zona diversa da quella del campo che l’ha generato e di conseguenza l’energia del campo elettromagnetico è trasportata nello spazio da onde elettromagnetiche in regioni dove non esiste materia.

Dalla forma delle equazioni di Maxwell risulta che le onde elettromagnetiche hanno diverse proprietà:

1.  Le onde elettromagnetiche nel vuoto sono tutte trasversali. Ciò  significa che il vettore campo elettrico e il vettore campo magnetico sono  perpendicolari tra loro e perpendicolari con la direzione di propagazione delle  onde stesse. [figura delle onde e.m.]

2.  La velocità di propagazione nel vuoto vale:

Inserendo i valori delle costanti la velocità risulta  essere circa 300.000 km/secondo che coincide proprio con la velocità della  luce.

3. I vari tipi di onde elettromagnetiche si diversificano  tra loro solo per la lunghezza d’onda/frequenza, tramite la relazione:

 

dove è la  lunghezza d’onda mentre è la sua frequenza.

La causalità che la velocità delle onde elettromagnetiche  fosse simile a quella della luce indusse Maxwell a pensare che la luce fosse  anch’essa un’onda elettromagnetica di lunghezza d’onda particolare. La teoria di  Maxwell prevedeva anche che la radiazione elettromagnetica dovesse esistere  anche a frequenze (o lunghezze d’onda) superiori o inferiori a quelle della luce.[figura dello spettro delle onde e.m.]

 

Misure della velocità della luce

All’epoca in cui Maxwell elaborò la sua teoria delle onde  elettromagnetiche, la velocità della luce era nota con una certa precisione grazie ai metodi di misura di Fizeau (1849) e di Foucault (1850). Tuttavia il  fatto che la luce dovesse avere una velocità finita, per quanto alta fu già  ipotizzato ancora una volta da Galileo, che con uno dei suoi esperimenti tentò anche di definirne una sua misura. L’esperimento era svolto da due persone poste  ognuna di loro su una collina e dotate ognuna di una lanterna ed un panno per coprirla. Quando una delle due persone scopriva la propria lanterna, l’altra alla vista della luce doveva scoprire l’altra lanterna ed in questo modo misurare il tempo, essendo nota la distanza tra le due colline. Con questo esperimento però venivano misurati i tempi di reazione delle due persone invece  del tempo impiegato dalla luce a percorrere due volte la distanza tra le due colline!

Nel 1675 l’astronomo danese Ole Roemer casualmente verificò per primo la finitezza della velocità della luce e ne fornì una sua misura. Roemer si stava dedicando all’osservazione dei satelliti di Giove, i satelliti galileiani, per utilizzarli allo scopo di determinare la longitudine in mare. A tal proposito studiava i tempi di durata delle eclissi dei satelliti dietro al disco di Giove. Le ripetute osservazioni mostravano un particolare apparentemente inspiegato: quando la Terra, nel suo moto orbitale attorno al Sole, si avvicinava a Giove i tempi di rivoluzione dei satelliti si accorciavano mentre invece quando la Terra si allontanava da Giove i tempi di rivoluzione si  allungavano fino ad un ritardo massimo di circa 17 minuti. Roemer capì che  questo ritardo massimo era dovuto al fatto che la luce aveva una velocità finita  per cui doveva percorrere una distanza superiore di circa due volte la distanza Terra-Sole, quando la Terra allontanandosi da Giove giungeva alla massima  distanza dal pianeta. All’epoca di Roemer la distanza Terra-Sole era nota con buona approssimazione per cui fu facile per questo astronomo calcolare la  velocità della luce. Roemer ottenne un valore di 220.000 km/secondo, valore molto basso rispetto a quello noto oggi, ma di gran lunga elevatissimo per  l’epoca.[metodo di Roemer]

Come accennato prima, verso la metà del secolo scorso  vennero svolte varie misure della velocità della luce allo scopo di ottenere un  valore il più attendibile possibile. La prima misura fu effettuata dal fisico francese Armand Fizeau (1819-1896). Il dispositivo, come mostra la figura [figura del dispositivo di Fizeau] consisteva in una ruota dentata, ruotante rapidamente, sulla cima di una collina ed uno specchio sulla cima di un’altra  collina posta a 5 miglia dalla prima. La luce proveniente da una sorgente, dopo  essere stata focalizzata tramite una lente, passava attraverso una stretta  fessura fra due denti adiacenti della ruota, viaggiava per dieci miglia (andata e ritorno con riflessione sullo specchio). Se la ruota girava alla giusta  velocità, il raggio luminoso ritornava giusto in tempo per passare attraverso  un’altra fessura fra i denti del disco. Dalla velocità di rotazione della ruota dentata era possibile calcolare il tempo impiegato dalla luce a percorrere le  dieci miglia. Questo metodo consentì di ricavare un valore molto simile a quello attuale che è di 299.792,458 km/secondo. La velocità della luce si indica con la  lettera "c" che sta per "celeritas", velocità in latino.

 

Esperimento di Hertz

La teoria delle onde elettromagnetiche di Maxwell ebbe una prima conferma sperimentale nel 1887 quando all’Università di Karlsruhe Heinrich Hertz (1857-1894) fisico tedesco allievo di Helmholtz riuscì a generare delle  onde elettromagnetiche a bassa frequenza ( metro) corrispondenti alle onde radio ed ottenne sperimentalmente per queste onde una velocità di 320.000 km/secondo.[figura dell’apparecchiatura di Hertz] Hertz mostrò che queste onde potevano venire rifratte e riflesse allo  stesso modo in cui lo fa la luce. In pratica le onde radio e la luce avevano la stessa proprietà. Questo esperimento mostrò che la teoria di Maxwell era valida e che tale teoria aveva il pregio di unificare tre categorie di fenomeni,  all’epoca diversi, fra loro: i fenomeni elettrici, magnetici ed ottici.

 

L’etere e la velocità della luce

Arriviamo dunque al punto cruciale, in cui vari fenomeni trovano una serie di smentite che creano confusione nel mondo della fisica di fine ‘800.

All’inizio del ‘900 si pensava, ed in parte si era dimostrato, che la luce fosse un’onda elettromagnetica che si propaga in un  mezzo chiamato etere, termine come si ricorda di natura aristotelica. Se tutto  ciò era vero, allora doveva essere possibile, tramite esperimenti, potere  misurare il cambiamento della velocità della luce al passaggio ad un altro sistema di riferimento inerziale. Le leggi della meccanica newtoniana, come si ricorderà sono invarianti per un passaggio da un sistema inerziale ad un altro,  le velocità non lo sono. Immaginiamo di vedere un treno muoversi in una certa direzione e sul treno una persona sta correndo nella direzione del moto del treno. Un osservatore a terra misurando la velocità della persona dirà che essa  è data dalla somma della velocità del treno e la velocità della persona, mentre  un osservatore posto sul treno dirà che la velocità della persona che corre è data solo da essa stessa, cioè non prenderà in considerazione la velocità del treno. Questo esempio va sotto il nome di "trasformazione galileiana" della  velocità. Anche la luce si dovrebbe comportare così ed in questo modo si dovrebbe misurare la velocità di vari sistemi di riferimento rispetto all’etere.  Il primo problema sorge dal fatto che la velocità della luce, come si ricorderà, è legata a due costanti fondamentali dell’elettromagnetismo: e . Se la  velocità della luce deve cambiare per una trasformazione galileiana allora anche le leggi dell’elettromagnetismo devono cambiare. Queste leggi quindi, a differenza di quelle della meccanica newtoniana, non sono invarianti per passaggi a sistemi di riferimento inerziali diversi. Una serie di esperimenti e  dimostrazioni mostrano proprio questo. Le leggi dell’elettromagnetismo ci dicono, per esempio, che una carica elettrica in quiete genera un campo  elettrico tutto intorno ad essa, mentre una carica elettrica in moto oltre a  generare un campo elettrico ne genera anche uno magnetico. Di conseguenza un osservatore che si muove con la carica elettrica misura solo un campo elettrico mentre un altro osservatore rispetto a cui la carica è in moto rettilineo  uniforme misura due campi: uno elettrico ed uno magnetico. L’avere cambiato  sistema di riferimento, sempre inerziale comunque, ha aggiunto un fenomeno  fisico in più, la presenza di un campo magnetico. Einstein trovò difficile  accettare questa non invarianza delle leggi dell’elettromagnetismo.

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il fantomatico "etere" in cui si propagava la luce era una necessità fisica. Tutti i fenomeni ondulatori noti in meccanica necessitavano di un mezzo attraverso cui propagarsi quindi se anche la luce è un’onda anch’essa  avrà bisogno di un mezzo di propagazione, l’etere appunto. L’etere aveva  comunque delle strane particolarità. Doveva possedere una bassissima densità,  altrimenti avrebbe rallentato il moto dei pianeti (l’etere riempiva lo spazio  interstellare) e contemporaneamente doveva avere le caratteristiche di un solido  molto elastico per giustificare la propagazione di onde trasversali ad altissima velocità. I fisici storcevano un po’ il naso di fronte a simili caratteristiche però le accettavano perché l’etere forniva loro il sistema di riferimento in quiete e presto si passò a chiamarlo anche lo "spazio assoluto" di newtoniana  memoria. Diventava quindi sempre più importante rivelare l’etere misurando la velocità della luce in differenti sistemi inerziali. Ed è qui che abbiamo  l’esperimento cruciale che darà in seguito una svolta al problema.

 

Esperimento di Michelson-Morley

Nel 1887 A.A. Michelson ed il suo collega E.W. Morley con  un esperimento diventato famoso e ripetuto per anni in seguito, cercarono di  misurare le variazioni di velocità della luce in vari sistemi di riferimento. Essi usarono uno strumento chiamato "interferometro", mostrato dalla figura [figura dell’interferometro] che, senza entrare nei particolari dell’esperimento stesso, doveva rivelare il fantomatico etere. La Terra si muove intorno al Sole  ad una velocità di 30 km/sec, quindi se l’etere è immobile, allora si dovrebbe  misurare tramite esperimenti ottici questo "vento d’etere". Tramite l’interferometro si doveva verificare uno spostamento delle frange di  interferenza dovuto al fatto che orientando lo strumento nella direzione del  moto della Terra, la velocità della luce si doveva sommare con quella della Terra, secondo le trasformazioni galileiane. Questa somma di velocità si traduceva appunto in uno spostamento delle frange di interferenza. L’esperimento venne compiuto a Cleveland e per l’occasione venne fermato tutto il traffico veicolare nei dintorni del laboratorio per evitare vibrazioni che ne  inficiassero il risultato. Nel corso dell’esperimento non si rilevò nessuna  variazione della figura di interferenza. L’esperimento venne ripetuto più volte durante il giorno e la notte e più volte durante gli anni successivi anche in altri laboratori. Il risultato era sempre lo stesso: nessuno spostamento  delle frange di interferenza.

Che conclusioni si potevano trarre da questo esperimento?  L’etere o non esiste o è completamente trascinato dalla Terra. Quest’ultima ipotesi è smentita da altre esperienze. Quindi l’esperimento di Michelson-Morley che doveva essere una conferma dell’esistenza dell’etere ne segnò la sua fine. Ma ciò che è molto più importante e che occorre sottolineare è che la velocità  della luce non subisce variazioni: la velocità della luce non si somma con nessun’altra velocità. Per essa non vale la trasformazione galileiana delle velocità e non è influenzata dalla velocità della sorgente o dell’osservatore.

Alla fine del secolo scorso i fisici si trovarono quindi davanti a questa situazione poco piacevole:

1.  Il risultato dell’esperimento di Michelson-Morley decreta la fine  dell’etere e mette in evidenza che la velocità della luce è una velocità "particolare"

2.  Le leggi della meccanica sono invarianti per le trasformazioni galileiane

3.  Le leggi dell’elettromagnetismo non sono invarianti per le stesse  trasformazioni

Da qui si poteva dedurre che:

a) o non esiste un principio di relatività valido per  tutta la fisica

b) o non sono esatte le leggi  dell’elettromagnetismo

c) o non sono esatte le leggi di Newton

Fino al 1905, data della pubblicazione del famoso articolo di Einstein, il mondo della fisica si arrampicò sugli specchi per giustificare il punto a) o per modificare il punto b) La genialità di Einstein fu quella di criticare invece il punto c) che nessuno si sognava di mettere in discussione. Le leggi di Newton da quasi tre secoli puntualmente venivano confermate per cui sarebbe stata assurda una loro modifica. Einstein la operò ed in questo modo  rivoluzionò il concetto di spazio e di tempo.

 

I postulati della relatività ristretta

Nel 1905, come più volte detto, Einstein enuncia nel suo lavoro i due postulati di relatività, all’apparenza semplici ma che cambieranno  la fisica. Questo lavoro del 1905 va sotto il nome di "relatività ristretta" o  "relatività speciale" come viene chiamata nei paesi di lingua anglosassone, per  distinguerlo dal lavoro del 1916 denominato "teoria generale della relatività" di concezione ancora più rivoluzionaria.

1.  La velocità della luce nel vuoto è una costante c, indipendente dal sistema inerziale nel quale essa è misurata, dal moto della sorgente di luce  o da quello dell’osservatore.

2.  Tutte le leggi della fisica incluse quelle della meccanica e dell’elettromagnetismo, hanno la stessa forma in tutti i sistemi di riferimento  inerziali (cioè esse sono invarianti). Perciò tutti i sistemi inerziali sono equivalenti.

Da questi due semplici postulati si possono fare alcune  considerazioni. Il postulato della costanza della velocità della luce afferma  che tale velocità è la stessa in ogni sistema di riferimento inerziale e che  essa non può essere sommata "secondo Galileo" a qualsiasi altra velocità perché ciò che si ottiene è sempre lo stesso valore. Tutto ciò può essere espresso in  un altro modo: la velocità della luce è la velocità limite in natura. Nessun corpo materiale e nessun segnale elettromagnetico può superare tale velocità e solo le onde elettromagnetiche possono raggiungerla mentre nessun corpo  materiale può essere accelerato fino a tale velocità. Il concetto appena  espresso senz’altro urta contro il nostro buon senso o meglio il senso comune delle cose perché siamo abituati ad aspettarci che ciò che è limite oggi non lo  sia in futuro. Questo è l’errore che si commette quando si confonde la fisica  con la tecnologia. La tecnologia è figlia della fisica e può realizzare solo ciò  che la fisica mostra realizzabile. Inoltre in natura ha molto più senso una velocità limite che una velocità illimitata. A ben pensarci urta più il nostro  senso comune il pensiero che un segnale possa propagarsi istantaneamente da un capo all’altro dell’Universo che non il contrario.

Da quando il postulato della costanza della velocità della luce fu enunciato sono state eseguite quantità innumerevoli di esperimenti per  verificare tale costanza e sempre il risultato è stato il medesimo. Ma la costanza della velocità della luce porta con sé un altro fatto sconvolgente, sempre per il nostro senso comune di intendere il mondo che ci circonda. Secondo  Galileo e Newton, il tempo scorre in modo assoluto, quindi un intervallo di  tempo misurato in un certo sistema di riferimento inerziale sarà il medesimo se misurato in un altro sistema inerziale in moto relativo rispetto al primo. Il  postulato della costanza della velocità della luce stravolge tutto ciò e mostra che gli intervalli di tempo sono relativi ed anzi, per un osservatore in moto  uniforme con velocità prossima a quella della luce il tempo scorre più  lentamente rispetto ad un osservatore fermo!

Tutto ciò può essere compreso meglio con una figura. La  figura seguente [figura della dilatazione del tempo] mostra un orologio visto da  due sistemi inerziali in moto relativo. Nella parte alta della figura l’orologio  è in quiete rispetto all’osservatore. Tale orologio funziona a lampi di luce: un  segnale luminoso parte dal basso dell’orologio, si riflette in uno specchietto e  ritorna alla sorgente che l’ha emesso. Questo viaggio di andata e ritorno segna  un’unità di tempo di tale orologio. Passiamo poi ad un altro sistema di riferimento che non è più in quiete con il nostro orologio. Questa volta, dal  punto di vista dell’osservatore, l’orologio si muoverà da sinistra a destra con  velocità costante di conseguenza il lampo di luce parte, ma quando raggiunge lo specchio riflettente questo si sarà spostato quindi il cammino percorso dalla  luce dalla sorgente allo specchietto sarà maggiore rispetto al caso precedente  in cui l’osservatore era in quiete con l’orologio. Poi dopo la riflessione il raggio luminoso tornerà al punto di partenza, che a sua volta si sarà spostato sempre nel verso di percorrenza dell’orologio. Tutto ciò è mostrato nella parte bassa della figura. Conclusione: quando un osservatore è in quiete con  l’orologio, il cammino della luce ha una certa lunghezza, quando l’osservatore  non è in quiete con l’orologio il cammino della luce ha una lunghezza maggiore. Dato che la velocità della luce è la medesima nei due sistemi di riferimento allora nel secondo caso dovrà percorrere uno spazio maggiore e di conseguenza impiegherà più tempo. Gli intervalli di tempo, misurati nei due sistemi di riferimento, non sono gli stessi. L’osservatore che vede l’orologio in moto  relativo misura un tempo, di quell’orologio, dilatato rispetto alla misura fatta  quando era in quiete con l’orologio stesso! Ci si può chiedere come sia stato possibile non accorgersi di tale fenomeno fino all’epoca di Einstein. La risposta è semplice: tale effetto dilatatorio del tempo diventa evidente solo se  le velocità in gioco sono dell’ordine della velocità della luce. Alle velocità  nostre abituali tale effetto è trascurabile e gli orologi che usiamo sono inadeguati a misurare questo effetto.

La dilatazione del tempo è solo una delle novità che portò la teoria della relatività. Tuttavia quei due semplici postulati hanno imposto  una radicale revisione delle leggi della fisica senza naturalmente cancellare la  meccanica di Galileo e Newton. La teoria della relatività comprende in se le leggi della meccanica, dell’ottica e dell’elettromagnetismo, non le esclude.  Alle basse velocità, trascurabili rispetto a quella della luce, la meccanica  newtoniana ha ancora il suo valore, alle alte velocità la meccanica newtoniana è  solo una approssimazione di ciò che in realtà succede, mentre la teoria della relatività è perfettamente compatibile. Solo con la comprensione dei fenomeni  elettromagnetici, dove entra in gioco la velocità della luce, l’anomalia poteva venire fuori.

E’ rimasto da discutere il secondo postulato della relatività cioè quello dell’invarianza delle leggi della fisica rispetto ai  sistemi inerziali. Si era visto che ciò era vero solo per le leggi della  meccanica ma non per quelle dell’elettromagnetismo. Questo era conseguenza dell’uso delle trasformazioni di Galileo: l’invarianza delle leggi della  meccanica per sistemi di riferimento inerziali si traduceva come invarianza rispetto alle trasformazioni galileiane. Einstein afferma che affinché il suo  postulato sia corretto era necessario utilizzare altre equazioni di trasformazione, quelle che vengono chiamata le Trasformazioni di Lorentz. Il concetto di invarianza di tutte le leggi della fisica nei vari sistemi inerziali fu espresso da Einstein stesso così:

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vi è un immenso peso di verità nella meccanica classica poiché essa ci ha fornito i moti reali dei corpi celesti con una finezza di dettagli a  dir poco meravigliosa. Il principio di relatività deve perciò valere con grande esattezza nel dominio della meccanica. Ma che un tale principio di così vasta generalità debba valere con tale esattezza in un dominio di fenomeni (cioè la meccanica) e non essere valido in un altro dominio (cioè l’elettromagnetismo) non è a priori molto probabile.

Le trasformazioni di Lorentz già esistevano ed erano state trovate da Hendrik Lorentz (1853-1928) fisico olandese, per dare una spiegazione del mancato spostamento delle frange di interferenza nell’esperimento di Michelson-Morley. Le equazioni di trasformazione di Lorentz si riducono a quelle di Galileo nel momento in cui le velocità in questione sono trascurabili rispetto a quelle della luce. Quando ciò non è così allora appare l’effetto di dilatazione del tempo e di contrazione delle lunghezze nel verso della velocità. L’effetto di dilatazione del tempo è un fenomeno misurabile ma solo con orologi estremamente precisi, mentre l’effetto di contrazione delle lunghezze appare solo nelle equazioni ma non può essere misurato.

Naturalmente la teoria della relatività nell’ambito della  riscrizione delle leggi della fisica portò molte altre novità tra cui la più nota delle equazioni della fisica:

Questa equazione, detto in parole poverissime, ci dice che la massa può essere interamente trasformata in energia. E’ questa legge che spiega la incredibile quantità di energia che viene prodotta all’interno delle stelle.

Lo scopo di queste poche pagine non è certo quello di  aggiungere un altro testo alla già vasta produzione esistente in questo  argomento. Per maggiori chiarimenti proprio sulla fisica relativistica, equazioni, dimostrazioni e quanto altro, si rimanda alla bibliografia che fornisce un vasto repertorio di testi in tal proposito.

 

La teoria generale della relatività

Il lavoro di Einstein del 1905 per quanto fosse innovativo per la profusione di concetti e di rivoluzioni nel campo della fisica era comunque nell’aria. Il problema della velocità della luce, della ricerca dell’etere e della non invarianza delle leggi dell’elettromagnetismo erano  problemi che assillavano il mondo della fisica e che Einstein per primo risolse in modo, come detto, elegante e rivoluzionario. Undici anni più tardi, nel 1916  Einstein pubblica un altro articolo ancora più rivoluzionario dove viene enunciata una nuova teoria della gravitazione che estende quella newtoniana all’universo intero ed in cui compaiono concetti nuovi che per decenni non  avranno utilità nel mondo della fisica nonostante le prove sperimentali confermino tale teoria. E’ la teoria generale della relatività. Tale teoria prende spunto da una serie di critiche mosse dallo stesso Einstein alla sua  teoria ristretta della relatività. Forse mai nel campo della scienza l’ideatore di una teoria rivoluzionaria è il primo a criticarla per estenderla oltre limiti a cui nessuno poteva arrivare. Questa è la grandezza di Einstein come scienziato.

Ancora una volta qui non si vuole fare un ennesimo trattato di relatività generale ma semplicemente enunciare alcuni concetti che  portano a tale teoria. La teoria generale della relatività richiede una conoscenza di strumenti matematici che solo corsi universitari possono fornire,  tuttavia i concetti possono essere enunciati.

Si è visto nelle pagine precedenti come sia stato faticoso il cammino svolto alla ricerca del sistema di riferimento idoneo per la stesura  delle leggi della fisica e di come la velocità della luce, con le sue caratteristiche abbia richiesto delle equazioni di trasformazione particolari. Tuttavia il concetto di sistema di riferimento inerziale ancora una volta è un  concetto incompleto e per certi versi astratto. La prima domanda che Einstein si  pose era se aveva senso parlare di sistemi inerziali. Un sistema inerziale  doveva essere un ente astratto slegato dai corpi. Per avere l’inerzialità occorre avere la totale assenza di forze o almeno il loro annullamento. In natura esiste una forza molto particolare che ha la caratteristica di essere l’unica forza che non può essere schermata: la forza di gravità. Essa è una  forza solo attrattiva e che cresce con la massa. Tutte le altre forze in natura  possono essere o schermate o considerate nulle a causa della loro natura; la gravità no. Se la forza di gravità non può essere schermata ha senso parlare di  sistemi inerziali in senso assoluto? O forse è più corretto parlare di  inerzialità solo locale? Quindi la teoria ristretta della relatività può avere solo un ambito locale. Se si vuole avere una teoria più generale occorre estendere il principio di relatività anche ai sistemi di riferimento accelerati.  Tale principio fu enunciato da Einstein nel seguente modo:

 

Principio di covarianza (o invarianza) generale

·     Le leggi della fisica hanno la stessa forma in tutti i sistemi di  riferimento

Affinché tale principio abbia validità è necessario  verificare il:

Principio di equivalenza

·     La massa inerziale è equivalente alla massa gravitazionale

Quest’ultimo principio enunciato in questo modo è  senz’altro poco chiaro. Vediamo di fare luce sul concetto di massa inerziale e massa gravitazionale. Siamo seduti in un’auto ferma che improvvisamente  accelera. Il nostro corpo viene spinto verso il sedile, cioè nel verso opposto  all’accelerazione dell’auto. La spinta che noi sentiamo è dovuta al fatto che il  nostro corpo si oppone al cambiamento di stato, dalla quiete al moto. Questa  opposizione è chiamata inerzia e conseguentemente la massa del nostro corpo è la massa inerziale. La massa gravitazionale invece è dovuta al nostro peso, cioè  alla forza di gravità che esercita la massa della Terra e che richiama tutti i corpi verso il centro di essa con la medesima accelerazione. Il principio di equivalenza in pratica afferma che è impossibile mediante esperimenti  distinguere le forze inerziali da quelle gravitazionali. Se un osservatore si trova in una stanza chiusa senza contatti con l’esterno e sente una spinta verso il basso della stanza allora tale osservatore non è in grado di capire se la spinta è dovuta al campo gravitazionale di un pianeta o ad una accelerazione  della medesima entità.

L’estensione del principio di relatività anche ai sistemi  accelerati porta a conseguenze piuttosto sorprendenti circa la natura della  gravità e dello spaziotempo. Una di queste conseguenze è legata alla geometria  dello spaziotempo. Secondo la teoria generale della relatività la forza di gravità si rende presente modificando la geometria dello spaziotempo, cioè  incurvando il medesimo in prossimità di una grande concentrazione di materia. Anche in questo caso un esempio, molto abusato e non completamente calzante, può chiarire un po’ il concetto. [figura del lenzuolo col peso sopra]Prendiamo un  telo e stendiamolo, tirandolo da ogni suo lato. In questo modo otteniamo un  piano, cioè la base della geometria euclidea. Due punti qualsiasi di questo telo saranno tra loro uniti da un segmento che di fatto è la distanza più breve tra i due punti. Tale distanza in relatività si definisce "metrica". In altre parole, possiamo dire che la metrica della geometria euclidea è il segmento.  Adesso sul telo ci posiamo una sfera pesante. Automaticamente il peso della sfera modificherà la geometria del telo: si sarà formato un avvallamento in  corrispondenza della sfera. Se i due punti di prima li prendiamo vicini al bordo  dell’avvallamento ecco che il segmento che li univa ora deve seguire, sempre per  unire i due punti, la curva dell’avvallamento. La "metrica" in prossimità  dell’avvallamento non è più un segmento ma un tratto di curva. Un insetto che prima percorreva una retta per andare da un punto all’altro ora deve percorrere  un tratto curvilineo di telo. La massa appoggiata ha modificato la geometria: dalle due dimensioni del piano si è passati alle tre dimensioni  dell’avvallamento. Tuttavia, lontano dall’avvallamento il telo è ancora un piano. La metrica su una superficie curva viene chiamata "geodetica". Trasportiamo tutto alle quattro dimensioni dello spaziotempo: la massa dei corpi  modifica la geometria spaziotemporale in prossimità dei corpi stessi. A grandi  distanze dai corpi ecco che lo spaziotempo è ancora euclideo. Riprendendo il discorso iniziale abbiamo che, lontano dai corpi, quindi lontano da intensi  campi gravitazionali, possiamo avere condizioni di inerzialità locale ed ecco  che vale la teoria ristretta della relatività, ma nel momento in cui ci si trovi in prossimità di grandi masse, come quella delle stelle o, a maggior ragione,  delle galassie ecco che è necessaria la teoria generale della relatività perché  lo spaziotempo è "curvato" dalla massa. Molti testi di relatività generale non  parlano più di gravità o forza di gravità ma solo di "curvatura" dello  spaziotempo. Ancora una volta nessuno sospettò, all’epoca, il bisogno di questa nuova teoria perché il suo scostamento dalla teoria newtoniana della  gravitazione nell’ambito delle masse del Sistema Solare è di una parte su un  milione quindi totalmente trascurabile, salvo un unico caso che la teoria newtoniana non era in grado di specificare: la precessione del perielio del pianeta Mercurio. Il pianeta Mercurio, come tutti gli altri pianeti, compie  un’orbita ellittica attorno al Sole, solo che quest’orbita non si chiude  esattamente. A causa di questa anomalia l’orbita stessa del pianeta ruota lentamente attorno al Sole. Questo fenomeno, noto già nel secolo scorso, è ovviamente molto limitato: il perielio (distanza minima pianeta-Sole) si sposta  di 43" ogni secolo. Benché molto piccolo, questo effetto era misurato ed in nessun modo la teoria newtoniana della gravitazione ne dava una interpretazione.  La teoria generale della relatività invece prevedeva tale effetto proprio  dell’entità misurata. Un’altra prova molto nota della relatività generale è legata alla deflessione dei raggi luminosi. La massa del Sole, benché non  gigantesca in ambito relativistico, si comporta come la sfera sul telo, di conseguenza i raggi luminosi che nello spazio euclideo viaggiano in linea retta, in prossimità del Sole sono costretti a deflettere perché lo spaziotempo in cui  si propagano è incurvato dalla massa del Sole. Durante una eclisse di Sole, visibile nell’Africa equatoriale nel 1919 l’astronomo Arthur Eddington misurò  proprio questa deflessione dei raggi sotto forma di posizioni di stelle che  durante l’eclisse si dovevano trovare dietro il Sole, quindi non visibili. Tale  deflessione era di 1",76 - molto piccola ma comunque misurabile e corrispondente a quella predetta dalla relatività generale. Anche la teoria newtoniana  prevedeva tale deflessione ma i calcoli portano ad un valore che è la metà di quello misurato.

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per altri cinquant’anni la teoria generale della relatività è rimasta come un monumento del pensiero umano e niente altro. Solo negli ultimi trent’anni l’astrofisica e la cosmologia hanno ampiamente usato la  relatività generale confermando sempre e finora la validità delle previsioni. E’  solo grazie a questa teoria che ora si possono capire oggetti come le stelle di neutroni, i buchi neri, i nuclei attivi delle galassie, i quasar e soprattutto  la nascita ed evoluzione dell’Universo intero. Molto probabilmente la teoria  generale della relatività è stata concepita in anticipo di mezzo secolo rispetto  ai suoi tempi. Questa è un’altra grandezza del genio di Einstein. Bisogna però  ricordare che l’apparato matematico necessario per la relatività generale non è  frutto della mente di Einstein ma del matematico lughese  Ricci-Curbastro.