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> Termodinamica          > La Teoria della Relatività          di Claudio Zellermayer

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Introduzione

La termodinamica è quel ramo della fisica che studia il  calore ed i suoi fenomeni ed in particolar modo il comportamento dei gas, cioè  sistemi che contengono un numero enormemente alto di particelle. Così come la dinamica studia le cause del moto dei corpi, la termodinamica descrive il  comportamento dei gas dal punto di vista macroscopico: l’insieme delle  particelle che lo formano.
La storia della termodinamica non è legata a scoperte scientifiche, individuazione di leggi fisiche e principi ma a tutta una serie di innovazioni tecnologiche che sfruttavano conoscenze empiriche del calore. L’invenzione della macchina a vapore ed i successivi tentativi per migliorarne le prestazioni impongono alla fisica lo studio del calore con tutto  quello che ne consegue. Per arrivare all’invenzione della macchina a vapore il  cammino è tortuoso e tocca varie branche della fisica e si dipana, in un certo  qual modo, attraverso i secoli. Vediamolo.

L’invenzione della macchina a vapore

La termodinamica nasce per prima in modo empirico e poi si trasforma in scienza. Per la prima volta è il progresso tecnologico a dettare i  tempi delle scoperte scientifiche. Galileo aveva gettato le basi della fisica moderna introducendo il metodo sperimentale scientifico ed il bisogno di effettuare misure atte a mostrare le leggi della natura, Newton invece aveva  mostrato che tali leggi hanno bisogno di un linguaggio matematico rigoroso per essere esposte. Il lavoro di questi due grandi scienziati, unito a quello di altri minori, avevano scavato un solco tra il vecchio e nuovo modo di fare scienza. Tuttavia questa nuova scienza non aveva avuto nessuna ricaduta sulla vita quotidiana se si esclude qualche miglioramento per la navigazione e per i marinai. La termodinamica ha origine da un problema molto consistente all’epoca: l’eliminazione dell’acqua delle miniere. In Inghilterra lo sfruttamento delle  miniere, fondamentale per l’economia, si scontra con la difficoltà di renderle redditizie a causa di questo problema. Ogni volta che si fa un buco nel terreno, tutta l’acqua che è presente intorno lo va a riempire. In una miniera questo problema diventa preponderante. La proporzione dell’acqua rispetto al materiale estratto può essere di venti a uno e di conseguenza il maggior sforzo che si  doveva fare all’epoca era quello di portar via l’acqua dalla profondità dei pozzi di estrazione. Nelle miniere a cielo aperto il problema era stato risolto in parte con macchine del tipo della vite di Archimede [vedi figura] che di fatto sollevavano l’acqua via via in vasche successive risalendo la concavità  della miniera. In questo modo, in parte, funzionavano le miniere in epoca  romana. Per le miniere a pozzo tale strumento non poteva essere usato. A questo  proposito viene inventata la pompa, tipo quella a manovella. Quando si sorseggia  una bibita con la cannuccia il liquido arriva alla nostra bocca perché noi  aspiriamo l’aria dentro la cannuccia e la pressione atmosferica spinge il  liquido nel vuoto lasciato dall’aria. In antichità fenomeni di questo tipo  venivano spiegati affermando che la natura ha orrore del vuoto e quando questo  si crea subito la materia circostante tende a riempirlo: ovviamente a nessuno era venuto in mente che l’aria potesse avere un suo peso; Aristotele stesso aveva affermato il contrario. Tuttavia tale teoria non riusciva a spiegare uno strano fenomeno che si verificava nelle pompe aspiranti, usate appunto per estrarre l’acqua dalle miniere. Analizziamo innanzi tutto il funzionamento di una pompa aspirante [figura e schema di una pompa aspirante]. Prima fase Lo stantuffo S sale lasciando vuoto il cilindro in cui scorre: la valvola V (che  si può aprire solo verso l’alto) viene aperta dall’acqua che preme per salire nel cilindro, che si riempie così d’acqua. Seconda fase. Lo stantuffo ridiscende: questa volta è la valvola T che si apre (sempre verso l’alto) per  fare passare l’acqua: la valvola V rimane chiusa perché spinta dall’acqua verso il basso. Esaurita la corsa verso il basso, lo stantuffo risale nuovamente (terza fase): la valvola T resta chiusa in quanto l’acqua sovrastante la spinge verso il basso e l’acqua nel cilindro esce dal foro F. Contemporaneamente altra acqua viene aspirata dal basso ed il ciclo continua. In questo modo si solleva l’acqua dal livello del pozzo sino alla sua imboccatura.

Il problema della pompa aspirante è legato alla altezza  massima che può essere superata con una singola pompa. Oltre i dieci metri l’acqua non riesce a salire. In pratica (a causa della non perfetta tenuta stagna delle parti della pompa) oltre i sette od otto metri non si poteva far risalire l’acqua. Occorrevano più pompe che alzavano l’acqua dalla profondità  del pozzo fino a tutta una serie di vasche successive per poi eliminarla dalla miniera. I fontanieri di Firenze, attorno al 1600, si accorsero di tale problema e chiesero a Galileo perché non fosse possibile far salire l’acqua "un  capello più di diciotto braccia" con nessun tipo di pompa. Per caso la natura non aveva più orrore del vuoto? Galileo rispose che sì, la natura aveva tale orrore ma fino ad un certo punto: dieci metri. Ciò che lui scoprì, a sua insaputa, è il vuoto. Ciò che non si riusciva a capire era che cosa capitasse all’acqua che era pompata: arrivava ad una certa altezza o non saliva affatto quando la quota da superare era maggiore di quei 7-8 metri? Non potendo vedere dentro al tubo della pompa, il mistero rimaneva.

La questione fu risolta appunto da Evangelista Torricelli  (1608-1647), discepolo di Galileo. Torricelli comprese che l’acqua saliva nel  cilindro a causa della pressione atmosferica. Quando si agisce sulla pompa si crea il vuoto al suo interno che viene riempito dall’acqua spintavi dentro dal peso dell’aria. La massima altezza raggiunta dall’acqua nel cilindro (10 metri) fornisce dunque una misura della pressione atmosferica. Torricelli per misurare  la pressione atmosferica sostituì l’acqua col mercurio. Si riempie di mercurio  un tubo della lunghezza di 1 metro e lo si capovolge in una vaschetta contenente mercurio tenendo l’estremità aperta tappata con un dito. Dopo avere immerso nel  mercurio della vaschetta l’estremità aperta si toglie il dito. Si può osservare  in tali condizioni che il livello del mercurio nel tubo scende ad una altezza di  76 cm. rispetto alla superficie libera della vaschetta. Nella sezione in corrispondenza del livello del mercurio nella vaschetta, agiscono la pressione  atmosferica diretta dal basso verso l’alto e la pressione idrostatica di altezza  76 cm. diretta verso il basso.In questo modo non  solo riuscì a misurare in modo più preciso il valore della pressione  atmosferica, ma usando un tubo di vetro si poteva creare e vedere il vuoto.

Era stata una grande trovata quella di collegare un mulino ad acqua o a vento alle pompe per ridurre la fatica ed il dispendio di energia.  Purtuttavia questo aiuto era legato alle condizioni meteorologiche o  all’abbondanza o meno di acqua per muovere i mulini. Era necessario trovare una fonte di energia più regolare di quelle utilizzate. La scoperta del vuoto  scatena una caccia alla creazione del vuoto. Il primo che si dedica assiduamente a tale caccia è Otto von Guericke (1602-1686), borgomastro di Magdeburgo, che  scopre con una serie di esperimenti che creare il vuoto non è una cosa semplice perché il vuoto è un qualcosa di molto potente. Rimane celebre la sua esperienza  del 1654 presso Ratisbona dove di fronte al sovrano Ferdinando III e la Dieta Imperiale mostra che due semisfere di metallo combacianti in cui viene creato il vuoto non si riescono a separare neanche con il tiro di otto cavalli per parte  [pompe per vuoto ed esperienza di Magdeburgo]. Anche il fisico inglese Robert  Boyle (1627-1691) costruisce una pompa per il vuoto creandolo in un contenitore  di vetro[pompa di Boyle]. In questo modo scopre che nel vuoto, cioè in assenza  di aria, la combustione non può avvenire e gli animali inseriti dentro muoiono.  Boyle in questo modo getterà le basi anche della chimica. Inoltre Boyle scopre  la prima legge fisica della storia: PV = costante, dove P è la pressione di un  gas e V il volume occupato dal medesimo.

Si comincia a vedere nel vuoto un potente mezzo per  produrre energia e per risolvere il problema di partenza: eliminare l’acqua  dalle miniere. Adesso l’idea è di utilizzare il fuoco per creare il vuoto ed  usarlo per eliminare l’acqua. Il primo a pensare a qualcosa di simile è il  francese Denis Papin (1647-1714) che era l’aiutante di laboratorio di Huyghens. Papin progetta un prototipo di macchina a vapore che non costruisce, ma che sfrutta il vuoto per muovere pesi.[vedi figura] Tale prototipo non verrà mai realizzato per mancanza di fondi, fondi che neppure la Royal Society gli fornirà.

La prima macchina termica dell’era moderna capace di sfruttare la potenza del calore per produrre lavoro fu realizzata nel 1695 da un  tecnico inglese, Thomas Savery (1650-1715) . Si trattava di una macchina senza  cilindro e pistone, di rendimento molto basso ma comunque capace di pompare  l’acqua dal sottosuolo delle miniere. Non a caso venne chiamata dallo stesso  Savery l’amico del minatore, mostrando in questo modo notevoli doti di marketing. La figura [stampa della macchina] illustra l’aspetto della macchina mentre la figura [schema del funzionamento] ne mostra il  funzionamento.

La prima macchina a vapore vera e propria viene inventata  e costruita da Thomas Newcomen (1663-1729), un fabbro inglese che si era interessato al problema. Questa era una macchina sia a pistone che basata sul  fuoco. I disegni mostrano come era fatta tale macchina e lo schema ne mostra il  funzionamento[macchina di Newcomen]. Una macchina di tale tipo aveva un  rendimento bassissimo e tempi lunghi tra due fasi successive. La prima macchina  di Newcomen viene messa in funzione nel 1705. In seguito (1712) viene inserito un meccanismo di valvole che sostituisce l’operatore umano.

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per avere una macchina a vapore vera e propria, quella cioè che darà il via alla rivoluzione industriale si deve attendere il genio di James Watt (1736-1819). Nel 1765 egli era impiegato come mantenitore di  strumenti presso l’università di Glasgow in Scozia. In tale veste egli deve  riparare un piccolo modello di macchina di Newcomen che non aveva funzionato  mai. Watt si rende conto che l’alternativo riscaldamento e raffreddamento del pistone dilatava i tempi del processo e sprecava grandi quantità di calore e quindi di combustibile. Intuisce che se la condensazione del vapore fosse  avvenuta in un contenitore separato (il condensatore) si poteva mantenere il cilindro col pistone sempre caldo evitando grandi sprechi di carbone e rendendo il processo più veloce e di maggiore rendimento. Tutto ciò lo porta alla invenzione del condensatore separato, brevettato nel 1769. Tale realizzazione rende evidente la necessità di avere due sorgenti di calore a temperature diverse, preludio questo al secondo principio della termodinamica. In questo modo si aumentava il rendimento fino al 6 - 7%. Tale maggiore rendimento permetteva di usare queste macchine anche dove non c’era carbone in abbondanza. [macchine a vapore di Watt] Watt si mise in società con Boulton (industriale dei bottoni di Birmingham) per costruire le macchine a vapore e noleggiarle ai proprietari delle miniere. L’idea era quella di vendere potenza e di sostituire  ai cavalli le macchine a vapore per risolvere il problema da cui si era partiti: eliminare l’acqua dalle miniere. Il compenso del noleggio delle macchine era stato stabilito in un terzo della differenza tra il costo del carbone ed il  costo della biada per i cavalli che avrebbero compiuto la stessa quantità di lavoro delle macchine. Di conseguenza nacque il problema della misura del  lavoro. In fisica ora noi definiamo il lavoro compiuto da una forza come il prodotto tra la forza e lo spostamento compiuto dalla forza stessa lungo la direzione della forza:

 

Anticamente tale concetto era di lavoro per il tempo per compierlo. Fu Watt che definì per primo il concetto di lavoro e di potenza come noi ora li conosciamo. Egli misurò il lavoro compiuto da un cavallo che tirava dei pesi ed il tempo impiegato per compiere tale lavoro. La potenza, misurata  non a caso in watt (come ad esempio per le lampadine o elettrodomestici) è data  dal rapporto tra il lavoro compiuto ed il tempo impiegato nel compierlo. In  altre parole misura la rapidità con cui viene compiuto un lavoro. In modo analogo Watt misurò il lavoro e la potenza delle sue macchine. Da qui nasce il  famoso cavallo a vapore o HP (horse power).

Un’altra innovazione delle macchine a vapore apportata sempre da Watt era il regolatore centrifugo che di fatto controllava  l’immissione di vapore nei cilindri in modo tale da rendere più regolare l’uso  delle macchine ed in questo modo far girare regolarmente una ruota con la conseguenza di utilizzare le macchine a vapore per muovere macchinari, in particolar modo i telai delle industrie tessili.

Si riporta qui di seguito il testo del brevetto del  condensatore separato.

Il mio metodo di ridurre il consumo di vapore, e conseguentemente di combustibili, nelle macchine a fuoco, consiste nei seguenti princìpi:

Primo: Quel recipiente in cui la potenza del vapore deve essere impiegata per azionare la macchina, che è chiamato cilindro nelle comuni macchine a fuoco, e che io chiamo recipiente per il vapore, deve, durante tutto  il tempo che la macchina è in funzione, essere mantenuto caldo come il vapore che vi entra; in primo luogo racchiudendolo in una fodera di legno o qualunque altro materiale che trasmetta il calore lentamente; in secondo luogo circondandolo con vapore od altri corpi caldi; ed in terzo luogo, impedendo sia  all’acqua che a qualunque altra sostanza più fredda del vapore di entrare o di  toccarlo durante quel tempo.

Secondo: Nelle macchine che devono essere azionate interamente o parzialmente dalla condensazione del vapore, il vapore deve essere  condensato in recipienti separati da quelli del vapore o cilindri, benché occasionalmente comunicanti con essi; io chiamo condensatori questi recipienti e, mentre le macchine sono in funzione, questi condensatori dovrebbero essere  mantenuti freddi almeno come l’aria in vicinanza delle macchine, mediante l’applicazione di acqua o di altri corpi freddi.

Terzo: Qualunque quantità d’aria o di altro vapore elastico  che non venga condensata dal freddo del condensatore, e possa impedire il  funzionamento della macchina, deve essere espulsa dai recipienti del vapore o dai condensatori per mezzo di pompe, azionate dalle macchine stesse, od in altro modo.

Quarto: Ho intenzione in molti casi di impiegare la forza  espansiva del vapore per premere sui pistoni, o qualunque cosa possa essere  usata al loro posto; nello stesso modo in cui la pressione dell’atmosfera viene  ora impiegata nelle comuni macchine a fuoco. In casi in cui non si può avere  acqua fredda in abbondanza, le macchine possono essere azionate da questa sola forza del vapore scaricando il vapore nell’aria dopo che esso ha svolto il suo compito.

(Estratto del brevetto del 1769)

Tratto da: Natura e Storia - Fisica e sviluppo del capitalismo nell’Ottocento - A.Baracca e R.Livi - Ed. D’Anna

Primordi della Termodinamica

La termodinamica vera e propria, come scienza che studia i fenomeni legati al calore oltre al comportamento dei gas ha come preludio il  problema della misura della temperatura. Già nel 1701 Isaac Newton (1642-1727)  si era interessato, tra le altre cose, del problema proponendo una scala di  temperature in cui lo zero corrispondeva alla temperatura di congelamento dell’acqua ed il valore 12 alla temperatura del corpo umano. In seguito Fahrenheit (1686-1736) propone di assumere come zero la temperatura più bassa  ottenibile all’epoca, data da una miscela di ghiaccio e sale. Infine nel 1742 Celsius propone la scala a noi nota dove lo zero corrisponde al punto di congelamento dell’acqua ed il valore 100 al suo punto di ebollizione. Lo zero  della scala Celsius viene chiamato anche punto triplo perché a quella  temperatura l’acqua si presente in tutti e tre i suoi stati: solido, liquido e  gassoso. Successivamente viene proposta la scala assoluta delle temperature o  scala Kelvin, ma di questo se ne parlerà più avanti.

Alla domanda su che cosa sia la temperatura si può rispondere semplicemente in questo modo: la temperatura misura in modo assoluto  lo stato termico di un sistema. Quindi occorre distinguere il concetto appena espresso da quello di calore. La temperatura si misura coi termometri che di fatto evidenziano gli effetti della variazione della temperatura sui corpi. Un gas quando viene scaldato si dilata, i giunti tra le rotaie non sono a contatto  ma leggermente separati per permettere la dilatazione lineare del metallo all’aumento di temperatura e così di seguito.

I gas

Proprio dallo studio del comportamento dei gas al variare  della temperature nascono le prime leggi fisiche della storia. Nel 1662 Robert  Boyle scopre una relazione, valida per tutti i gas da lui utilizzati, tra la  pressione ed il volume di un gas mantenendo costante la sua  temperatura.

costante

dove P è la pressione del gas e V il volume occupato, a  temperatura costante.

In altre parole se noi comprimiamo il gas in un volume più piccolo, la pressione esercitata dal gas aumenta e viceversa. Tutti i gas obbediscono grosso modo a questa legge. In Francia questa legge viene chiamata Legge di Mariotte.

Nel 1802 Gay-Lussac (1778-1850) scopre che il coefficiente di dilatazione di un gas a pressione costante o a volume costante è lo stesso  per tutti i gas. In formule ciò si descrive così:

dove è il volume iniziale, V è il volume finale, è la pressione iniziale e P la pressione finale.

inoltre è il  coefficiente di dilatazione.

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da queste due leggi ne segue che esiste uno zero assoluto  delle temperature che corrisponde, riferito alla scala Celsius a -273,16°C. Questo zero assoluto delle temperature è chiamato 0°K, lo zero della scala Kelvin. Quindi lo zero della scala Celsius sarà 273K ed il punto di ebollizione  dell’acqua 373K.

Nel 1811 Avogadro scopre che tutti i gas se posti nelle  stesse condizioni di temperatura e pressione contengono lo stesso numero di molecole per unità di volume. Tale numero viene chiamato appunto il Numero di Avogadro.

In pratica questo numero è 6 seguito da 23 zeri. Un numero fuori dalla portata dei numeri con cui attualmente abbiamo a che fare.

Come detto poco sopra, occorre distinguere il concetto di  temperatura da quello di calore. Black (1728-1799) comincia ad attuare questa distinzione per primo. Inoltre Black è stato colui che ha scoperto il concetto di calore latente e lo ha misurato per una serie di sostanze. Il calore latente in pratica è quella quantità di calore necessaria per passare da uno stato  all’altro senza cambiare la temperatura. Ad esempio se si vuole sciogliere del ghiaccio, cioè passare dallo stato solido a quello liquido, occorre fornire una  certa quantità di calore che viene tutto consumato per tale passaggio. Alla fine avremo acqua liquida alla stessa temperatura del ghiaccio.

Per il calore anticamente erano state proposta varie teorie. Una di queste, dovuta a J.J. Becher (1635-1682) era la teoria del flogisto (dal greco=combustibile). Tale teoria postulava l’esistenza di  una sostanza che era contenuta in tutti i corpi, il flogisto, e che veniva  liberata per combustione di materiale organico o per trattamento dei metalli con  il calore in aria libera (ossidazione). Tale teoria dovette poi soccombere alle idee di Lavoisier (1743-1794) tramite i suoi studi sulle reazioni chimiche ed all’uso di una bilancia di precisione per la pesa di composti e  reagenti.

Alla domanda su cose fosse il calore si potevano dare due  risposte legate a due correnti di pensiero. Per una di esse il calore era una  sostanza, il calorico o calore latente contenuto in tutti i corpi e liberato durante tutti i processi mentre per l’altra il calore era una sorta di moto o vibrazione.

Il primo colpo di piccone verso la teoria del calorico lo  sferra Benjamin Thomson conte Rumford (1753-1814) nell’ambito del suo studio sull’alesatura dei cannoni. Egli nota che il calore che si sprigiona nel forare  i cannoni non deriva solo dal taglio del metallo, come richiedeva la teoria del  calorico. Utilizzando attrezzi smussati quindi non in grado di spezzare il  metallo il calore si produceva lo stesso ed era proporzionale al lavoro compiuto.

Per avere uno studio accurato e scientifico del problema del calore e del suo utilizzo per le macchine a vapore occorre spostarci in  Francia per fare la conoscenza di Sadi Carnot.

La Termodinamica in Francia

Sadi Carnot (1796-1832) era un fisico ed ingegnere francese formatosi all’Ecole Polytechnique. E’ considerato tra i maggiori fisici  dell’Ottocento ed il fondatore della termodinamica. Tutto il suo pensiero scientifico è racchiuso nel suo unico scritto del 1824: Rèflexions sur la  puissance motrice du feu et sur les machines propres à développer cette  puissance (Riflessioni sulla forza motrice del fuoco e sulle macchine in grado di svilupparla). Perché tanto interesse da parte sua per questi argomenti? Carnot aveva servito nell’esercito durante le campagne napoleoniche contro  l’Inghilterra e aveva capito che la potenza industriale inglese era totalmente legata alle macchine a vapore. Nel Reflexions infatti si incontra questo  passo:

"Togliere oggi all’Inghilterra le sue macchine a vapore  sarebbe la stessa cosa di privarla del suo carbone e del suo ferro. Significherebbe eliminare ogni fonte di ricchezza, distruggere tutto ciò da cui  dipende la prosperità di questa colossale potenza."

Inoltre è da tenere in considerazione il fatto che nonostante le varie migliorie apportate da Watt alle sue macchine non se ne conoscevano i principi fisici nel senso che le migliorie aumentavano il  rendimento ma nessuno fino ad allora si era posto il problema del limite del rendimento di una macchina. Era per caso infinito? Carnot decide che per  sfruttare al meglio le macchine, e quindi togliere un po’ del potere che esse fornivano all’Inghilterra, fosse fondamentale conoscerne i processi che  coinvolgevano calore, lavoro ed energia per scoprire i limiti del rendimento.  Per rendimento si intende il rapporto tra il lavoro compiuto e l’energia  consumata per compierlo. Per arrivare a ciò Carnot postulò che, in modo analogo a quanto avviene nelle macchine idrauliche (in cui il lavoro dipende dal peso dell’acqua per l’altezza di caduta), nelle macchine termiche il lavoro dipendesse dalla caduta di calore, cioè dal trasferimento di calorico (inizialmente Carnot era fedele alla teoria del calorico, quindi di un fluido che si trasmetteva da corpo a corpo) da una sorgente calda ad una più fredda. Nel caso specifico la caldaia ed il condensatore. Inoltre Carnot sosteneva che il rendimento non fosse legato dalle caratteristiche del fluido ma  esclusivamente dalla differenza di temperatura. In formule il tutto si esprime  così:

dove è il rendimento di una macchina cioè il rapporto tra il lavoro compiuto ed il calore  assorbito, è il calore assorbito dalla caldaia, è il calore ceduto al condensatore, è la temperatura della  caldaia ed infine la temperatura del  condensatore. Da questa definizione di rendimento vediamo che il brevetto di Watt del condensatore separato, pur senza nessuna base fisica, era necessario  per aumentare il rendimento. Ciò si spiega in questo modo: se il vapore veniva  condensato nello stesso contenitore dove si sviluppava, allora col passare dei cicli la temperatura del vapore tendeva ad abbassarsi, avvicinandosi in questo modo a quella di condensazione rendendo sempre più piccola la differenza delle temperature e di conseguenza il rendimento.

Da queste considerazioni Carnot dedusse che il rendimento  delle macchine non poteva essere illimitato e che una macchina ideale è quella che ha il rendimento massimo, sempre inferiore al 100%. Enunciò inoltre quello che viene conosciuto come il Ciclo di Carnot che altro non è che una macchina termica ideale che trasforma il calore in lavoro operando ciclicamente. Affinché tutto ciò sia possibile occorrevano alcune condizioni:

1.  Gas ideale

2.  Niente attrito fra le componenti meccaniche della  macchina

3.  Niente turbolenza nei fluidi

4.  Tutte le fasi vengono compiute molto lentamente in modo da mantenere l’equilibrio termodinamico e da rendere il processo reversibile cioè  operante in verso opposto.

Nessuna macchina termica reale può avere rendimento  superiore ad una macchina di Carnot operante tra le stesse temperature. La figura mostra il diagramma P-V del ciclo di Carnot ed i vari passaggi del  medesimo[ciclo di Carnot e diagramma PV del medesimo].

La principale o forse unica pecca del lavoro di Carnot è l’avere inizialmente abbracciato la teoria del calorico. Il calorico si trasferiva tutto da un corpo freddo ad uno caldo mentre invece con la corretta interpretazione del calore come lavoro meccanico ciò non è vero. Una parte di  calore si trasforma in lavoro, una parte viene restituita a temperatura più bassa. In seguito Carnot si avvide del suo errore ma i suoi scritti postumi  furono pubblicati quando ormai altri si erano presi il merito della formulazione  del primo principio della termodinamica e della conservazione dell’energia, di cui se ne parlerà più avanti. Il lavoro di Carnot, le Reflexions.... tuttavia non incontrarono una capillare diffusione, anzi per moltissimo tempo rimasero sconosciute. Fu Emil Clapeyron (1799-1864) che nel 1834 riprese il  lavoro di Carnot evitandogli l’oblio e descrivendo il tutto in una forma  matematica rispetto al testo discorsivo di Carnot. Clapeyron si interessò del lavoro di Carnot perché egli era un ingegnere che si occupava di costruzioni stradali e ferroviarie come responsabile delle ferrovie francesi quindi le macchine a vapore lo riguardavano molto da vicino. Nella sua memoria Sur la puissance motrice de la chaleur egli riprende appunto il lavoro di Carnot e lo rende noto alla comunità scientifica. Tutto ciò avrà grandi ripercussioni in Inghilterra dove ormai i tempi erano maturi per trattare in modo più rigoroso la termodinamica stessa. Di ciò se ne occuperanno due persone in particolare: Joule e Thomson/Lord Kelvin.

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Termodinamica in Inghilterra

Come detto in precedenza Benjamin Thomson Conte Rumford  (1753-1814) fu tra i primi a rifiutare la teoria del calorico come fluido che si  trasmette da un corpo all’altro per contatto per abbracciare una teoria che stava facendo breccia in quel tempo, la teoria del calore come lavoro. A tal proposito sempre nell’ambito dell’esperienza sopra citata dell’alesatura dei  cannoni, misurò in modo molto approssimativo il rapporto calore/lavoro ottenendo  il valore di 5.5 Joule/caloria. Naturalmente le unità di misura utilizzate sono quelle attuali, ma il rapporto rimane invariato: ogni unità di misura del calore  si trasforma in 5.5 unità di misura del lavoro, questo sarebbe il risultato di Rumford. Questo personaggio è inoltre da ricordare come fondatore, nel 1799 della Royal Institution, una società analoga alla Royal Society e che in breve tempo l’avrebbe messa in ombra.

In Inghilterra William Thompson (1824-1907) più noto come  Lord Kelvin, viene a conoscenza dei lavori di Carnot tramite l’articolo  pubblicato in Francia da Clapeyron che come detto prima salva dall’oblio il testo di Carnot. In seguito Thompson si recherà in Francia proprio alla ricerca del testo di Carnot ed avutolo tra le mani affronterà il problema legato in  seguito al 2° principio della termodinamica. Anche Thompson in un primo momento  abbraccia la teoria del calorico che poi abbandona quando prende visione degli  esperimenti e delle misure di Joule. James Prescott Joule (1818-1889) era un fisico dilettante di Manchester che di professione faceva il birraio e si dedicava nel tempo libero alla fisica. Tra il 1841 ed il 1848 avvia tutta una  serie di studi sull’equivalenza tra calore e lavoro, da lui fortemente  sostenuta. La bontà delle misure da lui eseguite in molti esperimenti diversi lo portano a ritenere che il rapporto calore/lavoro sia di 4,186 Joule/caloria. Questo è anche il valore attuale utilizzato in fisica. Naturalmente in suo onore  l’unità di misura del lavoro o dell’energia è diventata il Joule. Questo valore ottenuto era naturalmente molto soggetto a imprecisioni dovute alle dispersioni di calore durante gli esperimenti di cui il più celebre di tutti è quello del mulinello, come viene illustrato in figura. [figura del mulinello di Joule].

Lord Kelvin conobbe Joule durante un congresso di fisica e subito capì l’importanza del suo lavoro al punto da abbandonare la teoria del calorico per appoggiare in pieno l’equivalenza tra lavoro e calore. Questo diventa il primo passo per una nuova concezione del calore e della termodinamica. Il lavoro prodotto da una macchina termica non è uguale al calore  assorbito dalla sorgente a temperatura più alta ma bensì:

cioè il lavoro è dato dalla differenza tra il calore assorbito dalla sorgente a temperatura più alta e quello ceduto alla sorgente a temperatura più bassa. Di conseguenza il rendimento è dato, come espresso  precedentemente da e può essere  espresso tramite la temperatura delle due due sorgenti perché è in funzione  della sola temperatura. Tutto questo suggerì a Lord Kelvin un metodo per  costruire una scala delle temperature indipendente dalla sostanza usata. Utilizzando una formula già vista:

 solo se = 0

Lord Kelvin trovò questo zero assoluto, che abbiamo già  incontrato quando si è trattato l’argomento dei gas. In quell’occasione lo zero assoluto era una conseguenza delle leggi di Boyle e Gay-Lussac, ora lo zero  assoluto è la conseguenza dello studio dei rendimenti delle macchine termiche.

Tra la teoria del calorico e quella del calore come lavoro esiste una sostanziale differenza. La teoria del calorico prevedeva che tutto il  calore assorbito da una sorgente si trasformasse in lavoro. La teoria del calore come lavoro invece mostra che solo una parte del calore assorbito si trasforma in lavoro mentre il rimanente viene ceduto all’ambiente e non c’è modo di  usarlo. Il rendimento del 100% è irrealizzabile in natura, a meno che una delle due temperature a cui lavora la nostra macchina termica sia lo zero assoluto,  cioè i famosi -273,16°C.

Il vero scopritore dell’equivalenza tra calore e lavoro  tuttavia è Julius Mayer (1814-1878) medico tedesco, che però non vedrà riconosciuto il suo lavoro se non dopo molto tempo, quando ormai era evidente  che la teoria del calore stava soppiantando quella del calorico. Nel 1838 egli  aveva calcolato il rapporto tra calore e lavoro pari a 3.59 Joule/calorie,  utilizzando delle considerazioni sui gas. Tuttavia questi suoi lavori non vennero accettati dalla rivista di fisica tedesca dell’epoca e poterono essere pubblicati solo su una rivista di chimica. Il lavoro di Mayer non si fermava qui. Egli aveva già intravisto quello che poi sarà il primo principio della  termodinamica e la conservazione dell’energia. Egli sosteneva non solo che il calore fosse equivalente al lavoro, ma che entrambi fossero una forma di  energia. Nel 1842 scriveva:

"Affermo quanto segue: la forza di caduta, il movimento, il calore, la luce, l’elettricità e la differenza chimica tra corpi ponderali  costituiscono un solo oggetto sotto apparenze diverse. Il movimento si trasforma  in calore. In queste cinque parole è implicita tutta la mia teoria."

I mancati riconoscimenti della sua opera, se non molto tardi, lo portarono a tentare i suicidio ed a passare i suoi ultimi anni rinchiuso in un manicomio.

 

I principi della termodinamica e la conservazione  dell’energia

I tempi erano maturi anche per una formulazione in modo  più formale di tutte le considerazioni sinora fatte a proposito dell’equivalenza tra lavoro e calore. Contemporaneamente anche la meccanica classica, quella  newtoniana, stava arrivando ai concetti di energia e della sua conservazione. Fu Hermann Helmholtz (1821-1894) fisiologo, fisico e matematico tedesco che nel 1847 nel suo saggio "Sulla conservazione della forza" introdusse un nuovo ente fisico: l’energia potenziale da lui chiamata "forza di tensione". In questo saggio egli enuncia il principio di conservazione dell’energia per i sistemi meccanici conservativi. Nel suo saggio tutto ciò si traduce nella seguente affermazione:

"In tutti quei casi, nei quali punti materiali liberi si muovono sotto l’influenza delle forze attrattive o repulsive: forze, le cui intensità dipendono solo dalla distanza, la perdita della quantità di forza di tensione (energia potenziale) è sempre uguale all’acquisto di forza viva (energia cinetica o di movimento) e l’acquisto della prima è uguale alla perdita della seconda. La somma delle forze vive e di tensione, che sono presenti, è sempre costante. In questa forma affatto generale, possiamo definire la nostra legge come il principio della conservazione della  forza"
(tratto da "Principi e problemi della  termodinamica" di F.Mondella in "Storia del pensiero filosofico e scientifico",  ed.Garzanti)

Una volta che Helmholtz chiarisce il concetto di conservazione dell’energia in meccanica, lo estende anche ad altri campi della fisica, in particolare alla termodinamica dove in quell’epoca Joule aveva  calcolato l’equivalente meccanico del calore. Tale estensione può essere formulata in questi termini:

"In natura qualunque sia il processo considerato, in ogni  sistema isolato, cioè che non ha scambi energetici con l’esterno, l’energia  totale del sistema si conserva"

In formule il tutto si traduce così:

(Primo Principio della Termodinamica)

dove è l’energia interna finale del sistema, è l’energia interna iniziale del sistema, Q è la quantità di calore  assorbito ed L il lavoro compiuto dal sistema. Quindi il calore assorbito dal sistema in parte si trasforma in lavoro ed in parte modifica l’energia interna del sistema. Tutto ciò è conosciuto come il primo principio della  termodinamica. La formulazione matematica di tale principio non è dovuta a  Helmholtz ma a Clausius di cui parleremo tra breve.

Rudolph Clausius (1822-1888) era un fisico tedesco che fornì la sintesi matematica dei due principi della termodinamica. Il primo  principio fu appunto espresso nella formula qui sopra, mentre per il secondo  principio occorre aprire una parentesi. Storicamente parlando il secondo principio precede il primo. Sia Clausius sia Lord Kelvin si dedicarono al  problema della sua formulazione. Tale principio può essere espresso in vari modi. Clausius formulò la seguente espressione:

"Il calore di per se stesso non può passare da un corpo freddo ad uno caldo.

Un’altra formulazione, dovuta a Kelvin/Joule afferma che:

"Non è possibile convertire completamente il calore in lavoro senza che avvenga qualche altra trasformazione".

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Entrambe queste formulazioni sono giuste ed equivalenti. Il secondo principio della termodinamica governa la direzione nella quale  avvengono i fenomeni. In natura possiamo avere fenomeni reversibili e fenomeni  irreversibili. Un fenomeno reversibile ha la caratteristica di avvenire in entrambe le direzioni spontaneamente, un fenomeno irreversibile no. Un fenomeno  irreversibile, affinché diventi reversibile occorre spendervi del lavoro. Noi  possiamo versare una goccia d’inchiostro in un bicchiere d’acqua ed osservare  l’inchiostro diffondersi spontaneamente nell’acqua, tuttavia per quanto tempo si  aspetti l’inchiostro non tornerà nella sua condizione di goccia, lasciando l’acqua pulita. Affinché ciò avvenga si deve agire, cioè spendere appunto del  lavoro. In termodinamica questa irreversibilità si traduce nelle due  formulazioni di Clausius e Kelvin/Joule. Il calore fluisce spontaneamente dal  corpo caldo a quello freddo ma mai farà il contrario a meno che noi non consumiamo dell’energia/lavoro per farlo. Un frigorifero funziona in questo modo: viene estratto del calore dal corpo tramite del dispendio di energia o consumo di lavoro. In fisica i fenomeni meccanici ideali sono tutti reversibili, in termodinamica nessun fenomeno è irreversibile. Solo se si attuano delle piccole trasformazioni sul sistema in modo da essere sempre in condizioni di equilibrio termodinamico, il fenomeno può essere considerato reversibile. I  fenomeni reversibili sono tutti ideali, servono cioè da modello per lo studio  del fenomeno stesso, i fenomeni irreversibili sono invece reali. Clausius, nel  1854, si propose di trovare una relazione matematica che fornisse un criterio per la misura della irreversibilità delle trasformazioni termodinamiche. Tale  grandezza fisica doveva anche mettere in relazione il calore perduto o lavoro ottenuto. Il rapporto Q/T , che Clausius chiama inizialmente  "trasformazione" o "valore equivalente di una trasformazione" è la grandezza che tiene in considerazione tutto questo. Sono presenti sia la quantità di calore  scambiata sia la temperatura assoluta. In seguito Clausius chiamò questa grandezza entropia, termine che deriva dal greco e che significa trasformazione, cambiamento. Per giustificare questo nome Clausius scrisse:

"Ho ideato il termine entropia per motivi di analogia con  quello di energia, poiché le due grandezze sono così strettamente connesse l’una all’altra per quanto riguarda il loro significato fisico che una certa omogeneità di denominazione mi è parsa opportuna"

L’entropia è quindi quella grandezza fisica che fornisce un criterio per la misura dell’irreversibilità delle trasformazioni termodinamiche.

In termini matematici il tutto si traduce in:

(per i processi reversibili)

<0

(per i processi irreversibili)

Generalizzando di ha la disequazione di  Clausius:

Da questa disequazione segue che:

 per un processo reversibile

 per un processo irreversibile

In altre parole se un processo termodinamico è reversibile, cioè i processi ideale, l’entropia del sistema finale è uguale a quella iniziale, se il processo termodinamico è irreversibile, cioè i processi reali, l’entropia finale è maggiore di quella iniziale. Il grado di disordine del sistema è maggiore dopo che è avvenuto un processo reale. Se definiamo come "universo" l’insieme del sistema termodinamico e l’ambiente circostante, allora  si possono riformulare i due principi della termodinamica nella seguente  forma:

1° Principio: l’energia dell’universo è costante

2° Principio: l’entropia dell’universo tende ad un massimo.

Viene qui di seguito riportato il testo degli articoli di  Clausius riguardanti la definizione di entropia.

 

Teoria cinetica dei gas

La teoria cinetica dei gas nasce anche questa per merito di Clausius, nel 1857. Oltre all’aspetto matematico del secondo principio, Clausius si preoccupò di cercare delle relazione che fornissero una spiegazione  del comportamento dei gas al loro interno, durante le trasformazioni. Il punto di vista della teoria cinetica dei gas parte dall’ipotesi della costituzione  molecolare della materia ed ha il grande merito di avere confermato l’esistenza  delle molecole stesse e dei loro comportamenti nei gas. Il punto di vista termodinamico di cui ci si è finora occupati considera i gas ed i loro  comportamenti sotto l’aspetto macroscopico. Le ipotesi su cui si basa la teoria cinetica dei gas sono le seguenti:

1.  il gas è costituito da un numero enorme di molecole

2.  le molecole sono considerate come sfere piccolissime ed  impenetrabili con dimensioni trascurabili rispetto al contenitore

3.  la distanza media tra le molecole è molto grande rispetto alle dimensioni delle molecole stesse

4.  tutte le direzioni del moto sono equiprobabili a causa dei moti  caotici

5.  gli urti sono elastici

6.  tra un due urti successivi il moto delle molecole è rettilineo uniforme

Senza entrare negli aspetti puramente matematici del problema, Clausius trovò un’equazione che poneva in relazione le grandezze macroscopiche tipiche dei gas, come la pressione ed il volume, con grandezze microscopiche tipiche delle molecole come il numero delle molecole, la velocità  media delle molecole:

(equazione di Clausius)

dove P è la pressione del gas, n il numero delle molecole, M la massa di una singola molecola, V il volume del gas e la velocità quadratica  media delle molecole.

Da questa equazione può essere ricavata una espressione  per la velocità quadratica media in funzione della temperatura:

dove è la  costante dei gas perfetti, T la temperatura ed M la massa delle  molecole. Se si suppone che le velocità delle singole molecole cambi a causa delle collisioni, si può trovare una relazione tra l’energia cinetica traslazionale medie delle molecole e la temperatura:

qui è l’energia cinetica, è la costante di  Boltzmann.

Di fatto misurare la temperatura di un gas significa misurarne la sua energia cinetica media, cioè l’energia dovuta al moto delle sue molecole.

Un altro corollario interessante legato a questa teoria  spiegava perché un gas non si diffonde rapidamente nonostante le velocità medie delle molecole nel gas fosse molto elevata. Ciò era dovuto al fatto che il cammino libero medio delle molecole, cioè il tratto di strada compiuto dalla molecola tra due urti consecutivi dipendesse sostanzialmente dal diametro delle  molecole e dalla loro densità mediante la relazione:

dove è il cammino libero medio delle molecole, d il loro diametro e la loro densità. Di conseguenza più il gas è denso e  più diventa difficile la sua propagazione.

Viene qui di seguito riportato il testo dell’articolo di Clausius riguardante la dimostrazione dell’equazione di Clausius poco sopra  citata.

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La teoria cinetica molecolare dei gas forniva una  interpretazione meccanica del moto molecolare, con risultati che erano in perfetto accordo con gli aspetti macroscopici della termodinamica: la pressione  di un gas era dovuta all’urto delle molecole tra di loro e contro le pareti del  contenitore, la temperatura del gas era una misura dell’energia cinetica di  traslazione delle molecole. In pratica, come già detto in precedenza, grandezze  macroscopiche caratteristiche dei gas venivano poste in relazione con grandezze meccaniche. Il problema che però rimaneva irrisolto era legato all’irreversibilità dei processi termodinamici. Il 2°Principio, come detto,  fissa la direzione in cui avvengono i processi termodinamici e l’entropia è la  grandezza fisica che caratterizza il grado di disordine del processo stesso.  Molti fisici dell’epoca rifiutavano la teoria cinetica dei gas perché questa  teoria partendo da una descrizione meccanica degli urti fra molecole, quindi  fenomeni reversibili, potesse essere applicata a fenomeni irreversibili tipici dei processi termodinamici. Fu Ludwig Boltzmann (1844-1906) che risolse la  questione fornendo una spiegazione statistica dei fenomeni termodinamici. Boltzmann è uno dei precursori della meccanica statistica. Insieme a Maxwell fornì anche una spiegazione, sempre in termini statistici, della distribuzione delle velocità molecolari nei gas. La funzione di distribuzione qui sotto riportata, distribuzione di Maxwell-Boltzmann, fornisce la probabilità che una molecola abbia una velocità compresa entro un certo intervallo di  velocità.

 

P(v) è appunto tale probabilità ed è legata, come mostra la formula, alla massa M delle molecole, alla loro velocità v e naturalmente alla temperatura T. Il grafico a campana [grafico  della distribuzione Maxwell-Boltzmann] mostra appunto come si distribuiscono le  velocità delle molecole. Boltzmann trovò una relazione tra l’entropia e la  probabilità termodinamica che un certo stato si verificasse. In pratica la  natura tende sempre al suo stato termodinamico più probabile e questo si traduce  nella direzione, irreversibile, in cui si svolgono i fenomeni. In un ambiente pieno d’aria, gli urti casuali tra le molecole dei gas che compongono l’aria, tenderanno a distribuire uniformemente l’aria nell’ambiente perché questa è la distribuzione più probabile fra le infinite (o quasi) possibili. Gli urti  casuali potrebbero tuttavia fare in modo che ad un determinato istante tutte le molecole d’aria si trovino concentrate in un piccolo volume. Pure questa è una distribuzione termodinamica che però ha una probabilità di verificarsi praticamente nulla. L’interpretazione di Clausius dell’entropia afferma che se abbiamo un contenitore diviso in due parti di cui una contenente del gas e l’altra vuota ma comunicante con quella col gas, se mettiamo in comunicazione le due parti il gas si diffonderà spontaneamente in entrambe le parti del contenitore mentre sarà impossibile che, sempre spontaneamente, questo ritorni solo in una delle due parti. L’interpretazione di Boltzmann invece afferma che fra tutte le distribuzioni delle molecole del gas, la più probabile sarà quella  in cui il gas si diffonde in entrambe le parti del contenitore, mentre la meno  probabile quella in cui il gas ritornerà spontaneamente in una delle due parti. Solo se le condizioni dinamiche di tutte le molecole del gas si ritrovano nelle  condizioni iniziali, allora il gas si sistemerà tutto in una delle due parti. Questa situazione è probabilisticamente nulla. Quindi la funzione entropia non ha niente di misterioso, come invece credevano molti fisici contemporanei a Clausius, ma ha una sua interpretazione puramente probabilistica secondo l’espressione, scolpita anche sulla tomba di Boltzmann:

 

Dove S è l’entropia del sistema, w la  probabilità statistica che una certa distribuzione si presenti e

 è la  nota costante di Boltzmann.

Interpretando in termini statistici la termodinamica,  l’entropia fornisce la probabilità che una certa configurazione del sistema avvenga. Collegando la termodinamica con la meccanica, di cui appunto la teoria  cinetica dei gas ne è uno strumento interpretativo, abbiamo che i fenomeni meccanici sono tutti reversibili mentre i fenomeni termodinamici sono tutti irreversibili. I fenomeni termodinamici hanno per così dire una freccia di direzione come il tempo.