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Pietro Melandri: il coraggio di essere felice

Nel momento in cui i grandi pannelli di Pietro Melandri per il bar dell’albergo Roma di Bologna trovano collocazione nell’ingresso del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza non possono essere sottaciute le riflessioni che stanno a monte di una decisione che supera, nei suoi significati, il doveroso omaggio ad uno dei protagonisti della ceramica faentina e italiana del Novecento. 

La scelta di Melandri è, unitamente, un omaggio ad un secolo, quale il Novecento, che ha dimostrato, pur in un sincopato e a volte affannoso affermarsi e annullarsi delle più varie tendenze, una rara generosità espressiva e un, a volte simultaneo, moltiplicarsi di proposte che non hanno precedenti. Un secolo nel quale l’arte della ceramica si è emancipata da un ruolo “minore” per andare ad affermarsi come espressione artistica tout court, senza necessità di etichette. In questo processo, che ancora attende adeguato accoglimento all’interno delle trattazioni artistiche a carattere generale, l’Italia e Pietro Melandri hanno rivestito un ruolo di prim’ordine. Inoltre, il MIC, fondato nel 1908, è stato un formidabile sensore delle più avvertite vicende in campo ceramico fin dalle sue prime raccolte organizzate con l’aiuto delle più prestigiose manifatture italiane ed europee di marca Art Nouveau, e, via via, con le attenzioni ai “tedeschi di Vietri”, al Futurismo albissolese, ai vari regionalismi emersi tra le due guerre, al Déco, ai prodromi dell’Informale e alle tante espressioni del secondo dopoguerra che il “Premio Faenza”, ottenuto da Melandri nel 1938 e nel 1939, non ha mancato di registrare in campo nazionale e internazionale.

Il Novecento ceramico ha macinato terre antiche e le ha formate e rivestite con smalti tradizionali o innovativi oppure le ha ostentate in nome della verità delle materie originarie; ha dialogato con l’Astrazione, con la Figurazione, con la Storia, con le tradizioni regionali e con le tendenze artistiche contemporanee più diverse; ha utilizzato modelli e strumenti tradizionali come le più moderne tecniche; è stato pittura, oggetto decorativo e scultura; ha aspirato alla dimensione dell’architettura; è stato espressione di un moderno disagio come felice affermazione del perpetuarsi di sapienze senza tempo; è rimasto orgogliosamente ancorato ad antichi saperi iniziatici oppure li ha sprezzati con innovativo ardimento. L’armonica unità di funzione, tecnica e racconto ancora contenuta nel simbolico “vaso” si è spezzata e infinite schegge impazzite sono andate a costellare un firmamento non più confortato dall’idea di assoluto ma certamente, nel suo relativismo, più vicino a quell’ideale di libertà che ha guidato passi non solo artistici.

Tutto questo, ma non solo, è stato il Novecento artistico e ceramico e Melandri ne è stato uno degli interpreti più alti. I pannelli, eseguiti in un momento di eccezionale fioritura creativa e all’apice della maturità espressiva, non hanno, infatti, un centro e non sono ritmati secondo i moduli di un racconto tradizionale. Anzi, se indicazione esiste, questa è ravvisabile in una totale mancanza di luoghi privilegiati e di nessi logici. Decori astratti bidimensionali vengono miscelati con autocitazioni a rilievo, rami carichi di grappoli d’uva incorniciano un eloquente vuoto, memorie della sacra primavera dell’Art Nouveau persistono accanto a raffinate evoluzioni di carattere quasi informale, improvvisi trompe l’oeil aprono a prospettive di cieli e di montagne oppure emergono dal piano dell’opera come quadri appesi, segni senza senso svaniscono come sotto l’azione del tempo mentre farfalle e foglie si impongono con lirico verismo, memorie della storia dialogano con grafismi illetterati, aulicità e vernacolo trovano concordia. La magia di questa apparizione è affidata a una tecnica unica e magistrale che riesce a condensare, come in un onirico teatro fatto di eterogenee quinte sovrapposte, una visione catartica e rigeneratrice. In questo abbraccio sono avvolte tante esperienze ma a nessuna di esse viene riconosciuto un ruolo privilegiato come ogni singolo elemento compositivo non può essere disgiunto dall’insieme. Come non ricordare, a questo proposito, la “scherzografia senza fine” del bar del Cabaret Fledermaus di Vienna, inaugurato nel 1907, con le sue settemila piastrelle di maiolica di Michael Powolny e Bertold Löffler eseguite con la Wiener Keramik per questa importante realizzazione di Josef Hoffmann e della Wiener Werstätte? Anche qui un bar e un orbis pictus in ceramica le cui piastrelle, di diverso formato, riportavano colori, motivi ornamentali, caricature, animali fiabeschi e allegorie con un coup di fantasia decorativa destinato a rinsaldare un ideale di opera d’arte totale e a permanere nelle esigenze di lusso di un secolo mediate, magari, dal fascino esercitato dagli interni di transatlantici come il Normandie, simbolo di sogno, evasione e aristocratiche raffinatezze. A cinquant’anni dal Fledermaus, Melandri abbandona il grafismo che caratterizzava l’illustre precedente e adotta una struttura narrativa più complessa: non più una libera, ma ancora rigida, connessione di parti autonome ma un unicum spazio-temporale di memorie e apparizioni.

Summa delle sue esperienze artistiche e ceramiche, i pannelli di Melandri sono un inno gioioso a quella perdita di un centro che ha caratterizzato, anche dolorosamente, un secolo ma che ha aperto a orizzonti mai prima intravisti o supposti. Con ottimismo e felicità, Melandri si è avventurato, solitario, in territori sconosciuti confidando in uno sguardo che riusciva a scoprire il meraviglioso in ogni manifestazione naturale e artificiale soprattutto se passata al vaglio di un alto concetto di bellezza dell’opera e di qualità del vivere.

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