RINNOVI ALLE POSTE, SISTEMA IN TILT PERMESSI ANCORA CON IL CONTAGOCCE
Metropoli – anno 2 Numero 9. DALL' 11 dicembre per rinnovare il permesso di soggiorno non si va più in questura, ma all'ufficio postale. È la rivoluzione che avrebbe dovuto accorciare i tempi di attesa dei documenti. Ma in assenza di dati ufficiali, che ne le Poste ne il ministero dell'Interno mettono a disposizione, è chiaro che non è così. Le indiscrezioni parlano di 169.000 domande trasmesse dalle Poste alle questure d'Italia (10.000 a Torino, 9.000 a Roma, 3.000 a Napoli), a fronte di 350.000 richieste spedite dagli immigrati. E i documenti già consegnati sono poche centinaia: nessuno a Napoli, Firenze e Palermo, 20 a Bologna, 60 a Milano dove prima in tré mesi si consegnavano oltre 40mila permessi. Il dramma dei primi giorni era quello dei "kit" introvabili alle Poste e venduti sul mercato nero. Un problema dovuto alla disinformazione, che aveva portato molti stranieri a pensare a una sanatoria. Risolto con la stampa straordinaria di 2 milioni di kit (si rinnovano 1,4 milioni di permessi all'anno) e con la decisione di chiedere a chi li ritira un documento d'identità. Poste e Viminale hanno anche stampato un depliant in 5 lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo) già distribuito a tutti gli uffici postati, che arriverà lunedi 12 anche a Comuni, questure, Sportelli unici, consolati e patronati. Ma sono sorti altri problemi. «Il sistema telematico su cui i patronati compilano le domande — spiega Mohamed Saady, presidente dell'Anolf Napoli — indica come "obbligatori" anche punti non necessari (ad esempio il nulla osta dei flussi per i cittadini romeni, ormai comunitari) e non permette di proseguire senza compilarli». Il Viminale è intervenuto il 7 marzo per semplificare il programma. «Il portale è poco efficiente — denuncia Raffaele Minelli, presidente del patronato Inca Cgil — va in tilt per giornate intere come ha fatto l'1 e 2 marzo, obbligandoci a rimandare a casa centinaia di persone e a far slittare tutti gli appuntamenti». Alcuni equivoci fanno sorridere: il portale delle Poste indica le date "all'inglese", cioè con il giorno dopo il mese. Quindi un appuntamento fissato per il "2-8" non è per il 2 agosto, ma per l'8 febbraio. Molti immigrati che non l'hanno capito non si sono presentati. Ed è molto lunga la lista dei possibili intoppi. C'è chi per errore ha spedito alle Poste anche l'originale del vecchio permesso, e si ritrova con una ricevuta che da sola è senza valore; c'è chi è tornato in patria ed è rimasto bloccato lì perché la polizia di frontiera non riconosce la nuova ricevuta; e chi non ha ricevuto a casa la raccomandata di convocazione perché non ha il nome scritto sul portone. Fino ai problemi con i bollettini di 27,5 euro per il permesso elettronico, che all'inizio erano introvabili. Molti stranieri, su indicazione delle Poste, hanno usato quelli in bianco; ma alcune questure non li accettano e obbligano a rifare il versamento. Risultato: da Treviso a Brescia, da Bologna a Padova, gli immigrati organizzano cortei e sit-in contro quello che giudicano «un furto organizzato» e chiedono di accelerare il passaggio ai Comuni delle competenze sui permessi. Al ministero dell'Interno sottolineano intanto il lavoro delle questure non si ferma: fra 11 dicembre e 15 febbraio sono stati rinnovati 236.000 permessi richiesti con la vecchia procedura. Ma ammettono che il sistema Poste è sotto osservazione, perché i tempi non solo sono più lunghi di quelli di legge, ma anche di quelli ipotizzati per la fase iniziale. Del resto già il 12 gennaio il ministro Amato aveva detto: «se le inadempienze saranno confermate», il governo potrebbe rivedere o revocare la convenzione con le Poste. Per questo i responsabili dei due enti si incontrano ogni giorno per fare il punto. Ma concordano sul fatto che negli ultimi 15 giorni c'è stata un'accelerazione: anche perché, sottolinea Poste, nei due centri servizi di Roma e Milano ben 500 impiegati sono al lavoro solo sui permessi di soggiorno.
(ha collaborato Zita Dazzi)
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