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| I CRISTIANODEMOCRATICI DAL 1994 AD OGGI |
La presenza e l’azione cristianodemocratiche
nella vita politica italiana, dopo un cinquantennio unitario,
ha avuto, negli anni Novanta, una tormentata fase di disgregazione.
Il 18 gennaio del 1994 nacque il Centro Cristiano Democratico,
per iniziativa di Pierferdinando Casini, in reazione alla deriva
politica dell’allora PPI unificato. Nel 1995 è
avvenuta nel PPI la separazione tra quanti scelsero l’alleanza
con i post-comunisti e i comunisti, e quanti, invece, ritennero
più coerente con la propria storia e la propria fede
politica collocarsi nella nuova alleanza tra il centro e la
destra democratica con la nascita dei Cristiani Democratici
Uniti, in un sistema oramai bipolare.
Fu una spaccatura traumatica e violenta, di cui sopportiamo
ancora le ferite e i danni, per l’insipienza di taluni
e per l’arroganza e la prepotenza di altri.
Molti di noi non ebbero dubbi nel ritenere impossibile schierarsi
dalla parte di quelli che avevano combattuto, senza metafora,
da sempre. Ma da allora l’obiettivo irrinunciabile e categorico
diventò l’unificazione dei cristiani democratici
di centro-destra in un solo partito, aperto a chiunque altro
si riconoscesse nei valori di un centro democratico e liberale.
Molte le battaglie interne, e diversi amici tenaci non hanno
mai abbandonato il campo, nemmeno dopo le sconfitte che parevano
allontanare di molto la prospettiva, come hanno fatto, per esempio,
Formigoni, Fitto, Bartolozzi e, per restare in Emilia-Romagna,
Garagnani, Colozzi e Lisi.
A Ravenna, non per caso, fu realizzata, fin dal 1996, formalmente
la federazione tra CCD e CDU, in un’unica sede e con organi
unificati, ma di fatto ciò che è stato da allora
un solo partito, con una sola espressione negli Enti locali.
Raccogliendo l’invito di Casini, quasi l’intera
provincia di Ravenna, con altri amici che rappresentavano altre
province, anche di altre regioni, aderì a quella esperienza,
ancora prepartitica, che oggi si può dire profetica,
dei Democratici di Centro, e che in Romagna
ebbe un riscontro felice. Le elezioni europee del 1999 hanno
ricacciato indietro questo progetto, le regionali del 2000 ne
hanno riproposto l’esigenza, le politiche del 2001 sono
state la traversata del deserto: oggi abbiamo raggiunto la terra
promessa, con l’adesione al progetto da parte di Democrazia
Europea (DE) di Sergio D’Antoni, presentatasi alle elezioni
del 2001 distinta dai due poli, ed è per tutti noi un
momento di grande conforto, dopo tante amarezze.
L’UDC non è comunque un punto di arrivo ma un punto
di partenza, o meglio, di ripartenza, su un percorso aspro e
difficile. Abbiamo finalmente lo strumento giusto per dare un
senso politico pieno alla presenza del centro democratico e
cristiano nelle istituzioni dello Stato, ma non abbiamo ancora
la forza sufficiente per farne il motore di una rinascita in
senso democratico e cristiano di queste istituzioni. Tocca a
noi conquistare, faticosamente, con il vigore delle idee e la
coerenza dei comportamenti, non tanto con l’imbonimento
e la potenza pubblicitaria, quel consenso e quell’adesione
convinta capaci di far valere i valori che sono il fondamento
della nostra ragione d’essere: l’intangibilità
della vita umana come segno di Dio, il primato della persona
e della famiglia naturale, le libertà non senza le responsabilità,
la democrazia rappresentativa del pluralismo, la pace non inerme,
il mercato libero ma solidale, l’accoglienza e la tolleranza
delle diversità congiunte alla reciprocità dei
doveri e al rispetto delle regole, una parità scolastica
che non riduce ma esalta la qualità della scuola pubblica,
il senso dello Stato e dell’amministrazione pubblica,
la politica come servizio ai cittadini e non al proprio servizio,
uno Stato basato sulle autonomie e sulla sussidiarietà,
una governabilità che non sopprime e non prescinde dalla
partecipazione. C’è altro ancora nella nostra carta
d’identità. Ma bastano questi tratti a caratterizzare
e a distinguere tra tutti, alleati compresi, il nostro partito
e ad aprirgli larghe opportunità di azione e di affermazione.
L’attuale sistema di governo non facilita questo compito,
in quanto tende a sacrificare le identità, sotto il ricatto
della governabilità, privilegiando elettoralmente la
personalizzazione della politica ed imponendo la camicia di
forza del leaderismo. Questo sistema ci obbliga a stare in bilico
tra l’affermazione della nostra personalità irrinunciabile
e la fedeltà alla coalizione: allo stesso tempo, ciò
corrisponde ad una difficile percezione dei limiti oltre cui
non far precipitare la nostra responsabile autonomia (pur nell’interesse
della coalizione stessa, pur capace anche di conquistare ad
essa nuove adesioni dallo spazio di frontiera dell’opposto
schieramento) nel giudizio negativo di quanti, tra i nostri
elettori, acquisiti o potenziali, non amano che venga messa
in discussione, anche a torto, l’unità del fronte
contro la sinistra.
Se non fossimo convinti assertori dell’autonomia dentro
la sola possibile alleanza di centro-destra, non saremmo qui,
ma dove siedono Garagnani, Colozzi e Lisi, con tutto il rispetto
verso la loro scelta e l’amicizia verso di loro, e sapendo
anche che potremmo ritrovarci insieme, magari in altre forme,
come spero. Ma non adesso.
La strada è quella che ci sta tracciando, magistralmente,
Casini, in un altro alto ruolo, ma con pari
significanza, e che trova nel senso delle istituzioni, nel primato
della politica e nel dialogo responsabile e fertile la faticosa,
ma esaltante mediazione.
Non ci sono offerte gratificazioni materiali, ma buone possibilità
di gratificazioni politiche ed ideali, liberi come siamo dalle
scorie e dalle incrostazioni tipiche dei partiti che hanno troppa
confidenza col potere.
Ravenna, 21 gennaio 2003 |
Alvaro Ancisi
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